Focus
Telecomunicazioni, quello strano modello della «coopetition»
L’ultimo esempio arriva dall’accordo Fastweb e Vodafone con Tim sul 5G per i comuni con meno di 35 mila abitanti e più opportunità per le pmi
Un operatore delle telecomunicazioni (Shutterstock)
Il mitico Andrea Camilleri ha scritto un corposo, godibile romanzo sulla Concessione del telefono, dove per avere l’agognato oggetto del desiderio serve addirittura una richiesta al prefetto. A dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, che il monopolio fa male all’economia, fin dai tempi in cui i giornali satirici americani rappresentavano i «padroni del vapore» come imprenditori ciccioni in cilindro, ghette nere e sigarone cubano fumante. Ma lo scrittore siciliano ha colto, con la sua arguzia, il nodo del problema. Le telecomunicazioni sono state per circa un secolo senza concorrenza e, nonostante le tariffe particolarmente alte, i gestori sembravano far di tutto per «scoraggiare» la nuova clientela.
Poi, finalmente, arrivarono i giudici americani e Margaret Thatcher: cominciò il processo di deregulation, all’inizio degli anni Ottanta. La British Telecom, controllata dal Post Office di Londra, è stata la prima compagnia telefonica pubblica a essere ceduta. Poi toccò agli Usa, con il «break up» del sistema Bell innescato dal Dipartimento di Giustizia Usa con una causa antitrust contro At&T. Questo breve excursus per dire che ovunque ci sia il «monopolio naturale», dalle telecomunicazioni alle ferrovie all’energia con metano ed elettricità, l’importanza delle reti è fondamentale, sia per chi le possiede sia per chi le utilizza, in quanto da queste infrastrutture può avere un boost per le proprie attività, specie se sono Pmi.
Ecco perché assume un certo significato il recente accordo di condivisione dei tralicci e delle antenne per coprire con il 5G l’Italia dei piccoli comuni. Fastweb + Vodafone e Tim hanno infatti annunciato (ma l’accordo verrà firmato solo in primavera-estate) di voler cooperare per accelerare la diffusione dell’ultima generazione di frequenze telefoniche. Il target è quello dei centri abitati con meno di 35 mila abitanti. Niente più impianti duplicati, quindi, ma un utilizzo condiviso delle infrastrutture, così da ridurre i costi e aumentare i margini.

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35 mila abitanti
soglia comuni coinvolti da 5G -
15.500 siti
infrastrutture 5G previste -
2028
obiettivo copertura
Si tratta del classico modello di «coopetition» (cioè la crasi dei vocaboli inglesi cooperazione più competizione), dove le aziende collaborano su alcuni versanti pur continuando a essere in concorrenza su altri. Un business model che si utilizza anche in altri settori industriali e dove il Belpaese risulta all’avanguardia. Ad esempio con la formula vincente dei nostri cluster (i distretti industriali invidiati da tutti): riescono a tenere insieme elementi che la teoria economica standard riteneva alternativi e inconciliabili, come piccola e grande impresa, reti locali e mercati globali, competenze pratiche e nuove tecnologie, design e manifattura, tradizione e innovazione.
Ma torniamo al 5G. Sotto l’aspetto tecnico, le due aziende lavoreranno insieme per sviluppare i network con un modello Ran (Radio access network) sharing. In sostanza, al di là dei tecnicismi, significa una sola cosa: niente più antenne duplicate negli stessi territori, ma un utilizzo condiviso delle infrastrutture, così da tagliare le spese e rendere sostenibile l’estensione della rete anche nelle zone meno densamente popolate (in gergo chiamate «aree bianche», perché nessuno è interessato a fare gli investimenti per coprirle, in quanto il ritorno finanziario è insufficiente). I lavori hanno un arco temporale che prevede il completamento delle operazioni a breve. Il perimetro dell’intesa prevede che ogni operatore svilupperà la rete in dieci regioni, mettendo poi le infrastrutture a disposizione dell’altro. Il risultato sarà una copertura con 15.500 siti 5G entro il 2028.
Si tratta di un passo nella giusta direzione sia per il settore sia per il Paese. È infatti un modello che ha un precedente nell’accordo Iliad-Wind Tre con Zefiro e che ribalta l’approccio competitivo classico: non più correre in parallelo sugli stessi territori, ma dividersi il lavoro per arrivare più velocemente dove il solo mercato arranca. Nel 2019 Tim e Vodafone Italia firmarono la condivisione «passiva» delle torri in Inwit, mentre quella «attiva» non fu mai implementata.
Le grandi manovre italiane aspettano un appuntamento importante. A fine gennaio c’è l’assemblea Tim per la conversione delle azioni di risparmio. Il maggior azionista Poste Italiane si appresta a scendere dal 27,3% a circa il 20% del capitale. Per «compensare» prende così quota l’ipotesi di un conferimento dell’operatore virtuale PosteMobile a Tim, che nel primo trimestre attende anche il closing della vendita di Sparkle (a Retelit e Mef).
Sulle reti fisse resta l’incognita della possibile intesa Fibercop-Open Fiber, anche dopo l’ultima mossa della società controllata da un consorzio guidato dall’americana Kkr, ma in cui c’è anche il Mef, che ha fatto ricorso contro Infratel (azienda in house di un altro ministero, il Mimit).

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