Comincia il ballo di debuttanti, ma forse la musica è sempre la stessa
Un esercito di nuove voci sta per arrivare in libreria. Storie familiari, donne, traumi e buoni sentimenti: nelle anticipazioni degli editori, è tutto un déjà vu
(© Carlo Carino by I Mid, Imago Economica)
Siamo a malapena sopravvissuti ai riepiloghi di fine anno — iattura che, da dicembre in poi, si abbatte su chiunque si occupi di cultura — sui libri migliori del 2025, sui bestseller dell’anno, sull’autore più recensito e su quello più premiato, che già cominciano a piovere i bollettini editoriali sulle uscite del 2026. Una vera e propria pioggia torrenziale che riguarda prima di tutto le punte di diamante delle case editrici, quelle che — da Stefania Auci a Niccolò Ammaniti, da Maurizio de Giovanni ad Alessandro Barbero — da gennaio in poi dovrebbero essere in grado di risollevare il trend negativo dei dati di vendita del 2025. Ma che, come sempre, ci informa anche sugli esordienti che arriveranno in libreria dopo essere stati cacciati — sì, perché quella all’esordiente è una vera e propria caccia: preda preferita, l’esordiente donna under 30 — nel bacino dei premi letterari, delle scuole di scrittura e delle agenzie. Schiere di debuttanti pieni di belle speranze — e infusi di paratassi, la regola che lo scrittore in erba sa di dover seguire — stanno per essere gettati nel mare incerto dell’editoria italiana con la speranza che qualcuno faccia, come si dice, il botto. Un botto che, ormai sappiamo, è quasi un’utopia visto che, tranne alcuni casi, un esordio vende tra le cento e le mille copie.
A proposito della smania di scrittura che affligge il nostro Paese, Grazia Cherchi, l’editor che nella storia dell’editoria italiana si è più dedicata agli esordienti, ironizzava spesso sull’ossessione italica di aggiungere alla propria biografia la voce «scrittore». Nel dicembre del 1985, in uno dei suoi articoli settimanali su Panorama, perfidamente intitolato «Visto non si stampi», era arrivata a proporre un «razionamento della carta»: «Tot carta pro capite, e deve bastare per tutta la vita», scriveva. Un invito che oggi andrebbe esteso anche agli editori visto che, dopo il centinaio di esordi degli scorsi dodici mesi, quest’anno sono previste più di 380 uscite, esordiente più esordiente meno. Lasciando da parte la nostalgia per l’editoria novecentesca, più schizzinosa e selettiva quanto a esordi, ci chiediamo come si riuscirà a promuoverli, a farli arrivare sulle pagine culturali e, soprattutto, a farli scegliere dal lettore sommerso dalle proposte. Ovviamente sempre al grido di «è il libro dell’anno, è il libro che cambierà per sempre la storia della narrativa, è la nuova voce che tutti stavamo aspettando».

ESORDIENTI
Sono più di 380 gli esordienti di narrativa che arriveranno in libreria nel corso del 2026. Per la maggior parte donne, arrivano da premi letterari, scuole di scrittura e agenzie di scouting, sono quasi il triplo dell’anno scorso e rischiano di vendere tra le cento e le mille copie. Nei cataloghi di tutti gli editori, prevalgono le storie di formazione generazionali, i romanzi storici, le saghe familiari, i racconti di traumi personali e collettivi, le storie di riscatto e di emancipazione. E, ovviamente, tanta narrativa di genere, a cominciare dai gialli.
Ma se Cherchi proseguiva dicendo che, nel suo pur vastissimo bacino, il raccolto era invariabilmente abbastanza misero — «molta cenere e pochissimi diamanti» — e appiattito sull’immaginario del cinema e della televisione, noi, a questi debuttanti, vogliamo dare fiducia e, prima di emettere un giudizio così perfido, leggeremo le loro senza dubbio verdissime pagine. Certo è, però, che già solo scorrendo le copertine dei romanzi in arrivo, e facendo finta di non vedere le decine di titoli che gridano «gialli e ancora gialli», la sensazione è quella del déjà-vu. Un déjà-vu che sa di bontà, di lieto fine, di saghe familiari e di storie traumatiche e/o di riscatto, ovviamente al femminile: quel trend editoriale che ormai da anni aiuta a vendere i libri e, dalla narrativa di consumo, si è esteso anche a quella considerata più alta.
A occhieggiare dai cataloghi di tutte le case editrici, quelle grandi e quelle piccole, a guardarci con aria speranzosa sembrano infatti esserci solo volti di donna, sguardi affranti di bambine e ragazzine, foto e ritratti di famiglia virati sul seppia, immagini provenienti dagli anni del dopoguerra. La sensazione che, nel 2026, a saziare il nostro appetito di lettori, saranno ancora storie di donne, storie familiari, storie di redenzione, storie di guerra, storie di riscatto (potremmo continuare all’infinito…), diventa certezza quando si cominciano a leggere le quarte di copertina: anche qui, a farla da padrone, nomi di donna, protagoniste che sgorgano dalla penna del giovane esordiente direttamente dalla seconda guerra mondiale, traumi e malattie di ogni genere, dal divorzio agli abusi familiari, ai disturbi alimentari. E così, tra un trauma e l’altro, tra uno choc personale e uno collettivo, possiamo solo sperare. Che questa dilagante propensione verso i buoni sentimenti smetta di affliggere i lettori. Ma soprattutto, chi li scrive e li pubblica.

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