Addio a Béla Tarr, maestro del cinema ungherese che ha raccontato la decadenza della società
È morto ieri a Budapest, all’età di 70 anni e dopo una lunga malattia, il regista e sceneggiatore ungherese Béla Tarr, considerato uno dei più importanti cineasti contemporanei. La notizia della scomparsa è arrivata dall’agenzia di stampa nazionale Mti ed è stata confermata dal regista Bence Fliegauf, in rappresentanza della famiglia.
Tarr è autore autore di film radicali come Sátántangó (1994), opera-fiume che racconta il crollo del comunismo nell’Europa orientale, tratta dal romanzo del Premio Nobel per la letteratura di quest’anno, il connazionale e collaboratore di una vita László Krasznahorkai. Il regista ha conquistato l’interesse della critica internazionale per il suo stile peculiare, che promuove l’idea del cinema come specchio della crisi comunicativa che affligge l’umanità.
Nato a Pécs nel 1955, Tarr si è sempre distinto per il crudo, ma a tratti visionario, realismo del bianco e nero e per il persistente intreccio di suoni e musica che spesso accompagnano le immagini. Un intreccio che porta lo spettatore a interrogarsi tanto sulla lingua del cinema quanto sulla decadenza di una civiltà inquadrata nei suoi più minimi dettagli. Tra le sue opere principali, oltre a Sátántangó, vanno ricordate Le armonie di Werckmeister (2000) e Il cavallo di Torino (2011).
La carriera di Tarr iniziò a soli 16 anni con cortometraggi amatoriali. Nel 1979 esordì nel lungometraggio con Nido familiare, prodotto dai Béla Balázs Studios. Nei primi film raccontava la vita nell’Ungheria comunista, spesso utilizzando attori non professionisti. Lo stile che lo ha reso celebre si definisce con Perdizione (1988) e trova la sua piena maturità nei film successivi.
Lo stile di Tarr si è sempre distinto per i lunghi piani sequenza, utilizzati come corrispettivo della tecnica narrativa di Krasznahorkai, fatta di frasi lunghe e sguardi che non si sottraggono alla complessità del reale. In questo senso, il suo cinema è sempre stato anche profondamente politico, pur rifiutando ogni forma di discorso ideologico o programmatico: un cinema che osserva gli effetti del potere, del fallimento collettivo e della disgregazione sociale. Nei suoi film, la politica, forse più che un tema, è proprio una condizione del mondo. I suoi protagonisti sono spesso figure marginali, come la compagnia circense di Le armonie di Werckmeister o il manovratore ferroviario di L’uomo di Londra, che si differenzia dagli altri suoi film per il ricorso all’utilizzo di attori famosi (Tilda Swinton) e per la scelta del soggetto, un giallo tratto da un romanzo di Georges Simenon. Il suo ultimo film, Il cavallo di Torino, gli è valso l’Orso d’argento alla Berlinale e rappresenta il testamento cinematografico di un autore che ha indagato la condizione umana nelle sue forme più estreme e quotidiane, tra abbandono, povertà e lenta decadenza.

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