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Maria Gaia Fusilli

03 Dicembre 2025, 15:36

Tod’s, passo indietro sull’inchiesta. Con Storari ora sceglie la mediazione

Ora la società «prende atto» di quanto emerso per i Pm. Chiesto tempo ai giudici. “Non siamo quelle porcherie” diceva Della Valle, che sceglie di cambiare strategia

Diego Della Valle, ceo di Tod's

Diego Della Valle, ceo di Tod's

Cambio di rotta della casa di lusso di Diego Della Valle sull'inchiesta della Procura di Milano sul caporalato. Dove prima risuonava il suono di una provocazione («Non siamo quelle porcheriole»), oggi parla la lingua della mediazione e della collaborazione.​

Mercoledì mattina in Tribunale, durante l'udienza convocata per discutere la richiesta del pm Paolo Storari di applicare il divieto di pubblicità per sei mesi, Tod's ha spiazzato gli osservatori con una mossa tattica: anziché scendere in battaglia legale frontale, i legali della società – Francesco Mucciarelli e Luisa Mazzola – hanno chiesto una sospensione dei procedimenti, ottenendo dal gip Domenico Santoro il rinvio al 23 febbraio 2026. La motivazione ufficiale è cristallina: c'è bisogno di tempo per «attendere il completamento delle attività, attualmente in corso di implementazione e di rafforzamento del complessivo sistema di controllo della filiera produttiva».​

Una chiara inversione rispetto alla tempesta di ottobre, quando il fondatore e amministratore delegato del gruppo aveva reagito con durezza alle prime rivelazioni della Procura. Durante una conferenza stampa il 10 ottobre, Della Valle aveva dichiarato: «Il nostro è un gruppo rispettato nel mondo, facciamo dei valori etici una bandiera. Il pm Paolo Storari venga a vedere le nostre aziende». Una sfida che aveva il sapore di un diniego totale e di una volontà di prendere personalmente in mano la narrazione della vicenda.

Oggi la strategia è completamente diversa. Nel documento presentato in aula mercoledì, Tod's riconosce formalmente di aver «preso atto di quanto emerge dalle verifiche effettuate dalla Procura di Milano» e afferma di avere «la ferma intenzione di fare tutto quanto in proprio potere per garantire la sicurezza e la dignità del lavoro, valori che Tod's ritiene da sempre parte del proprio Dna. 

L'inchiesta della Procura milanese, coordinata dal pm Storari con il supporto dei carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, ha portato alla luce una rete di sfruttamento che tocca 53 lavoratori di nazionalità cinese distribuiti in sei opifici ubicati tra Lombardia e Marche. Le condizioni riscontrate sono state descritte come particolarmente gravi: paghe ridotte a 2,75 euro l'ora (contro i dieci lordi contrattuali), turni notturni continui, dormitori insalubri utilizzati dagli appaltatori come dormitori aziendali, dispositivi di sicurezza rimossi dai macchinari, completa assenza di protocolli di formazione e igiene sul lavoro.​

Quello che la Procura contesta alla grande casa di moda non è soltanto di avere inconsapevolmente beneficiato di questa illegalità, ma di esserne stata consapevole attraverso una lunga serie di audit e verifiche condotte nel corso degli anni. L'accusa parla di «cecità intenzionale»: decine di audit dal 2023 in avanti avrebbero segnalato «numerosi indici di sfruttamento», ma questi rapporti non avrebbero prodotto alcun cambiamento nel modello organizzativo di Tod's e nei suoi rapporti con la filiera produttiva.​

Tre manager della società – Simone Bernardini, Mirko Bartoloni e Vittorio Mascioni, che a vario titolo si occupano del controllo della filiera – sono stati iscritti nel registro degli indagati per caporalato. La stessa società di Della Valle è stata iscritta per responsabilità amministrativa dell'ente secondo la legge numero 231 del 2001. È un'imputazione che non riguarda solo responsabilità colpose, ma anche condotte dolose: il pm sostiene che i responsabili aziendali sapevano e consapevolmente non hanno agito.​

La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, ha già sperimentato con successo quello che gli osservatori giuridici e politici chiamano il «metodo Storari». Nel corso degli ultimi mesi, inchieste analoghe hanno riguardato altri colossi dell'alta moda: Armani, Valentino, Alviero Martini, Loro Piana. In molti di questi casi, il magistrato ha ottenuto misure interdittive e amministrazioni giudiziarie senza ricorrere a procedimenti penali lunghi e complessi. Altre volte, come con Amazon, Gls, Dhl, Dior, Esselunga, si è arrivati a sequestri di danaro e transazioni private.​

Il metodo consiste nel concentrarsi non solo sugli appaltatori diretti colpevoli di sfruttamento, ma a risalire la catena fino ai committenti principali—le grandi marche—sostenendo che questi ultimi, attraverso i loro sistemi organizzativi e di controllo, hanno agevolato l'illegalità, anche solo per omissione consapevole. È un approccio che ha suscitato dibattiti accesi tra i giuristi e i rappresentanti del tessuto produttivo italiano, con critici che lo accusano di costituire una ‘crociata ideologica’ proprio perché si basa sulla presunzione che le ditte grandi debbano sapere tutto quello che accade nella loro filiera. Ma per Storari, il punto è semplice e incontrovertibile: quando un audit arriva alla dirigenza aziendale, non si può più fingere di non sapere.

Cosa è mutato tra le due stagioni di Tod’s sull’inchiesta? Al cambio di atteggiamento possono non essere state estranee tre nuove ispezioni che, senza che si sia saputo, il pm Storari ha mandato i carabinieri a fare il 18, 19 e 20 novembre (cioè dopo le contestazioni a Tod’s) in tre fornitori di secondo livello di un fornitore (Loipell srl) di primo livello di Tod’s: Pelletteria Antonio di Wu Xianxiang e Pelletteria JM di FU Fangjum, entrambi a Scandicci (Firenze), e Bag Group srls a Carmignano (Prato). In tutti e tre i laboratori i carabinieri hanno trovato, di nuovo, più del 10% di lavoratori in nero, dispositivi di sicurezza rimossi dai macchinari, pessime condizioni igieniche, nessuna formazione dei lavoratori, giornate di 12 ore di lavoro con 10 minuti di pausa panino, ambienti insalubri, materiale chimici e infiammabili lasciati incustoditi, via di fughe ostruite da materiali, ambienti produttivi adibiti a mense di fortuna. Con una novità sul lato dei lavoratori stranieri, sfruttati facendo leva sulla loro condizione di bisogno: non più soltanto cinesi, ma qui anche pakistani. 

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