Salari in corsa, Istat: +2,9% nel ‘25. Ma recupero sul ‘21 ancora lontano
Stipendi in risalita ma il potere d’acquisto rimane debole e migliaia di giovani lasciano l’Italia
Una lavoratrice della metalmeccanica
Bene lo sprint dell’ultimo anno, anzi persino meglio del previsto. Ma il quadro di medio periodo continua a mostrare ombre. È questa la fotografia dei salari italiani che emerge dagli ultimi dati Istat presentati venerdì 5 dicembre. Da una parte, le retribuzioni monetarie crescono quest'anno più velocemente dei prezzi, con un incremento del 2,9% degli stipendi pro capite atteso a fine 2025. Un dato anche migliore di quello comunicato dall’Ocse lo scorso luglio, che prospettava un +2,6% nel 2025 (prevedendo poi un ulteriore +2,2% nel 2026). Intanto, il dato più aggiornato sull’inflazione, relativo al mese di novembre scorso, parla di un aumento dei prezzi dell’1,2%.
Dall'altra parte, però, emerge un dato che cambia la prospettiva: le retribuzioni contrattuali in termini reali rimangono ancora inferiori dell'8,8% rispetto ai livelli registrati a gennaio 2021. È quindi una ripresa ancora incompiuta, che vede il potere d’acquisto dei lavoratori ancora schiacciato dal peso di un'inflazione che, negli anni 2021-2024, è cresciuta (a livello cumulato) del 17,6%.
Il 2025 porta comunque un altro segnale incoraggiante sul fronte del lavoro. Secondo i dati diffusi lo scorso 2 dicembre, il mercato del lavoro ad ottobre di quest’anno ha registrato una crescita complessiva degli occupati di 75 mila unità rispetto a settembre, portando il totale a 24,21 milioni di occupati (sull’anno la variazione è dello 0,9%). C’è da dire però che questa dinamica ha interessato le diverse classi di età in modo molto difforme, con una particolare sofferenza della fascia 25-34 anni (-1,2% su base annua) e invece una forte crescita degli over 50 (+4,9%). Nel mese, il tasso di disoccupazione si è fermato al 6%, scendendo ai minimi degli ultimi anni, toccando un livello che non si vedeva dal periodo pre-crisi del 2007-2008.
Di fronte a questi numeri, il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, invita alla cautela. Pur riconoscendo che nel Paese esistono «dati oggettivi che permettono la crescita», sottolinea che il mercato del lavoro resta fragile. La produzione industriale arranca e il tema della qualità dell’occupazione rimane centrale: dietro alle statistiche positive si celano migliaia di giovani bloccati in lavori precari, con stipendi così bassi da sfiorare la povertà lavorativa. «Tra i temi centrali da affrontare c’è la perdita di potere di acquisto dei salari. Il rinnovo dei contratti è lo strumento essenziale per la democrazia economica», ha dichiarato.
«L'accelerazione dell'inflazione accompagnata da una crescita salariale limitata ha prodotto un significativo deterioramento del potere d'acquisto dei lavoratori italiani». In questo caso, il rilievo arriva dal rapporto La crisi dei salari realizzato dalla Fondazione Di Vittorio per la Cgil (si tratta di un ente culturale e di ricerca della Cgil stessa). Il documento sottolinea come «il disallineamento tra salari nominali e costo della vita ha determinato una compressione del reddito reale, aggravando le disuguaglianze economiche e aumentando la vulnerabilità finanziaria di ampie fasce della popolazione attiva».
A completare un quadro già complesso arriva quello che viene ormai definito un vero e proprio esodo strutturale, più che una semplice ‘fuga dei cervelli’. Secondo il rapporto Cnel 2025 (presentato solo pochi giorni fa) e le analisi Istat riferite al 2024, lo scorso anno è stato boom di partenze: 191.000 persone hanno lasciato l’Italia, segnando addirittura un +20% sull’anno precedente. E nel solo 2024, il numero di giovani espatriati equivale al 24% delle nascite di quello stesso anno. In pratica, per ogni 4 bambini nati in Italia, un giovane adulto se ne va all'estero. Al netto dei (pochi) rientri, l'Italia ha perso 441.000 giovani in 14 anni, come se fosse sparita una città grande quanto Bologna o Firenze. I laureati rappresentano ormai oltre il 50% di chi parte nella fascia 25-39 anni (erano meno del 15% vent'anni fa), e per quanto riguarda le motivazioni, contrariamente alla narrazione comune, solo 1 giovane su 4 parte perché «non trova lavoro». La maggioranza (40%) parte per «fare un'esperienza diversa», per cercare migliori opportunità di carriera (22%) o per sfuggire a salari bassi e precarietà. Il Cnel stima che la perdita di capitale umano (investimenti in istruzione che fruttano altrove) ammonti a 159 miliardi di euro dal 2011 a oggi. E il Mezzogiorno subisce una doppia emorragia: verso l'estero e verso il Nord Italia. Dal 2011 al 2024, il Sud ha perso 484.000 giovani verso il Centro-Nord, con un trasferimento di ricchezza umana stimato in 147 miliardi di euro.

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