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05 Dicembre 2025, 19:17

Censis, il ceto medio è in affanno. Dal 2011 ricchezza in calo dell’8,5%

Censis, il ceto medio è in affanno. Dal 2011 ricchezza in calo dell’8,5%

Il presidente del Censis Giuseppe De Rita

Nel Paese che per decenni ha identificato il proprio destino con il progresso materiale e l’ascesa sociale, il ceto medio italiano si scopre oggi non solo stanco, ma inquieto e sospeso. Il 59° Rapporto Censis dell’istituto di ricerca fondato nel 1964 da Giuseppe De Rita – dal titolo ‘L’Italia nell’età selvaggia, del ferro e del fuoco’ – restituisce l’immagine di una classe che ha smesso di crescere nei consumi, vede i redditi erosi e teme il declassamento, affidando alla politica la richiesta quasi salvifica di sicurezza economica. È una società che non sogna più in grande, concentrata sulla difesa di ciò che ha ottenuto, nella speranza che decisioni lungimiranti possano restituire un orizzonte di mobilità e sviluppo.

La frenata dei consumi non è soltanto legata alla saturazione dei bisogni, ma riflette redditi che non tengono il passo del costo della vita. Il fenomeno attraversa lavoratori dipendenti e autonomi, comprimendo quella spinta all’intrapresa che un tempo alimentava i distretti industriali e la presenza italiana nelle filiere globali. Si indebolisce così quella tensione espansiva che ha costituito la cifra del modello nazionale, fondato sulla capacità di trasformare il risparmio in investimento e la creatività in crescita.

Eppure il Censis evidenzia anche un tratto più sfumato: l’Italia, pur priva di grandi riforme strutturali, ha saputo adattarsi al presente più di altri partner europei. Una sorta di immunità sociale consente di assorbire crisi, incertezze e aggressività diffusa, mantenendo una coesione di fondo che attenua gli estremi. Questa resilienza, però, ha natura puramente difensiva: permette di stare sull’esistente, non di generare un nuovo ciclo di sviluppo. Senza una visione capace di riattivare il desiderio di futuro, la resistenza rischia di trasformarsi in immobilismo.

A rendere il quadro più cupo interviene il disincanto verso Europa e Occidente. Il 61,9% degli italiani giudica l’Ue poco incisiva e oltre metà la ritiene destinata alla marginalità in un mondo dominato dalla forza. È la percezione di un’egemonia in declino, mentre nuovi protagonisti come Cina e India appaiono più dinamici e capaci di guidare il progresso. In questo clima di sfiducia generale, l’Emilia-Romagna rappresenta un’eccezione: con un saldo positivo del 6,3% di immatricolati da fuori regione, il sistema universitario si afferma come polo attrattivo. Il vicepresidente Vincenzo Colla attribuisce il risultato alla prima legge regionale dedicata ad attrarre e trattenere talenti, dimostrando che un ecosistema integrato tra università, imprese e tecnopoli può reagire alla crisi demografica e competere su scala internazionale.

Sul piano macroeconomico, le previsioni Istat confermano un’Italia sospesa tra stagnazione e tenuta. Il Pil è atteso in crescita dello 0,5% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026, ritmi modesti sostenuti quasi esclusivamente dalla domanda interna. Le esportazioni, tradizionale punto di forza, offriranno un contributo negativo, mentre gli investimenti avanzeranno con vigore (+2,8% nel 2025) grazie alla spinta del Pnrr. I consumi privati cresceranno con prudenza, favoriti dal recupero delle retribuzioni e da un’inflazione in rientro, che potrebbe ridurre lievemente la propensione al risparmio. Lo scenario internazionale ipotizza minori incertezze sui dazi americani e una stabilizzazione dei prezzi energetici, condizioni essenziali per non deviare da un percorso già fragile.

Elemento di relativo conforto è il mercato del lavoro, più dinamico della produzione: l’occupazione salirà dell’1,3% nel 2025 e la disoccupazione scenderà al 6,2%. L’Italia crea posti di lavoro anche in un ciclo debole, segnalando una vitalità che contrasta con la lentezza del Pil.

L’intreccio fra la diagnosi sociale del Censis e gli indicatori Istat delinea, in definitiva, un Paese che non precipita ma fatica a ripartire. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare la resilienza statica del ceto medio: tra il primo trimestre 2011 e il primo trimestre 2025 la ricchezza delle famiglie è diminuita in termini reali dell'8,5% e dell’intero sistema in sviluppo dinamico, passando dalla semplice sopravvivenza alla costruzione di nuove opportunità. Perché continuare a galleggiare non può essere la strategia di una grande economia industriale che desideri ancora un futuro.

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