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Camilla Consonni

16 Dicembre 2025, 17:02

La Cina colpisce l'Ue sulla carne suina. Nuove tariffe, ma più basse del previsto

Pechino risponde agli aggravi Ue sui veicoli elettrici con tariffe fino al 19,8%

Dazi, la Cina colpisce la carne suina Ue. Nuove tariffe, ma più basse del previsto

Mercato della carne di Lijiang

Pechino torna alla carica ma l’agroalimentare europeo trema un po’ di meno. Al termine dell’indagine antidumping avviata nel giugno 2024, la Cina ha infatti deciso di imporre dazi compresi tra il 4,9% e il 19,8% sull’import di carne suina dall’Ue, aprendo un nuovo capitolo nelle relazioni commerciali con Bruxelles. Si tratta di un capitolo ancora influenzato dalle tensioni sui veicoli elettrici, ma il risultato dell’inchiesta – meno severo di quanto previsto – suggerisce che nuovi equilibri politici stiano limitando, almeno in parte, l’impatto della ritorsione cinese.

Le tariffe annunciate vanno infatti a sostituire le aliquote provvisorie introdotte lo scorso settembre, che prevedevano un ventaglio molto più pesante, con dazi compresi tra il 15,6% e il 32,7% per le aziende europee che collaboravano all’indagine e fino al 62,4% per tutte le altre. La retromarcia è significativa e accompagnata da una conferma non banale: il rimborso agli importatori della differenza tra quanto versato da settembre a oggi e le nuove aliquote definitive. Non una pace, quindi, ma una tregua credibile, che apre lo spazio a una fase negoziale più costruttiva che distruttiva.

Secondo quanto dichiarato dal ministero del Commercio cinese, le tariffe entreranno in vigore domani - mercoledì 17 dicembre - e resteranno in vigore per cinque anni. Il perimetro dei prodotti colpiti è ampio: carne suina fresca, refrigerata o congelata, ma anche prodotti essiccati, in salamoia, affumicati o salati. Tutti beni già soggetti alla tariffa del 12% per le 'nazioni più favorite', a cui ora si sommano le misure antidumping. Il risultato è un carico tariffario a dir poco oneroso per gli esportatori europei, nonostante rimanga inferiore a quello che grava sui colleghi statunitensi (che devono fare i conti con extra-tariffe del 47%).

A Bruxelles il provvedimento è stato interpretato come una ritorsione ai dazi europei, fino al 45%, sui veicoli elettrici cinesi introdotti nell’ottobre 2024. L’indagine di Pechino, durata 18 mesi e concentrata sui principali esportatori europei di carne suina, si inserisce in un contesto commerciale già fortemente sbilanciato, con un deficit europeo verso la Cina superiore ai 300 miliardi di euro l’anno, e fa parte di una strategia cinese che ha esteso il confronto anche ad altri prodotti agroalimentari europei, dal brandy ai latticini.

Ma i numeri spiegano perché ‘la partita dei maiali’ sia così sensibile. L’Europa è il principale esportatore globale di carne suina, con la Spagna alla guida per volumi. E solo la Francia, nel 2024, ha esportato 115mila tonnellate, in larga parte dirette in Cina e pari a circa un sesto delle sue vendite estere complessive. Dall'altra parte, l’Ue resta uno dei pilastri dell’approvvigionamento cinese di carne suina, in un mercato che è il primo al mondo per consumo di questa proteina. Nel 2024 la Cina ha importato prodotti suini – frattaglie incluse – per 4,8 miliardi di dollari, oltre la metà di origine europea. Il picco storico risale al 2020, con esportazioni europee per 7,4 miliardi di euro, quando la domanda estera compensava il crollo dell’offerta interna cinese dopo le epidemie negli allevamenti. La successiva ricostituzione delle mandrie ha poi ridotto drasticamente il fabbisogno di importazioni.

Le reazioni in Europa restano articolate. La Commissione europea aveva già contestato l’impianto dell’indagine cinese, definendolo fondato su «asserzioni discutibili e prove insufficienti», e annunciando una verifica della compatibilità dei dazi con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. La Spagna, principale esportatore, sceglie invece il pragmatismo: il ministro dell’Agricoltura Luis Planas giudica «accettabile» un dazio medio intorno al 9,8% per le aziende iberiche, ben al di sotto della media del 19%, sottolineando che «assicurarsi un mercato come quello cinese, per noi prioritario, significa aver limitato i danni».

Le associazioni di categoria in Spagna e Francia, pur riconoscendo il ridimensionamento delle tariffe, continuano a respingere le accuse di dumping. Ricordano che molte parti dell’animale più richieste in Cina – zampe, orecchie, muso – hanno scarso valore commerciale in Europa e che i consumatori cinesi spesso le pagano a prezzi superiori rispetto a quelli praticati altrove. Proprio questa specializzazione nei sottoprodotti, considerati vere prelibatezze in Asia, aveva reso la Cina uno sbocco cruciale per una quota rilevante della filiera europea.

Ma il processo di riequilibrio commerciale è ben più ampio. L’Ue denuncia da tempo l’afflusso di merci cinesi a basso costo, accentuato – secondo Bruxelles – anche dalle barriere statunitensi dell’era Trump, che hanno dirottato flussi verso il mercato europeo. Allo stesso tempo, però, Pechino perde terreno in mercati chiave: secondo stime citate da Reuters, nel 2025 la Cina dovrebbe uscire dalla top five dei mercati di destinazione dell’export tedesco, scendendo al settimo posto, con spedizioni in calo del 10% a 81 miliardi di euro e una quota ridotta dal 7,5% del 2021 al 5,2%.

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