12 Gennaio 2026 | 03:36

Cerca

Simone Matteis

19 Dicembre 2025, 17:21

Ucraina

Flop della linea Merz sugli asset russi. Finanziamenti a Kiev con debito comune

All'Ucraina 90 miliardi in due anni. Orban si scansa e non pagherà. Meloni: «Prevale buon senso»

Flop della linea Merz sugli asset russi. Finanziamenti a Kiev con debito comune

Ursula von der Leyen interviene al Consiglio Ue

Puntare alla Luna ma finire a guardare il proprio stesso dito. Dopo mesi di trattative, è forse questa la metafora più accurata per raccontare la decisione dell’Unione europea sugli asset russi congelati. Beni per oltre duecento miliardi che resteranno tutti al loro posto anziché finanziare il maxi debito tanto desiderato dall’Ucraina e dal presidente Volodymyr Zelensky. E sul quale il tandem a trazione tedesca Merz – von der Leyen aveva puntato tanto, se non tutto, in queste settimane. «Sono molto lieta di dire: ce l’abbiamo fatta», il commento a caldo della presidente dell’esecutivo UE dopo che la scorsa notte il Consiglio europeo ha trovato la quadra sul sostegno finanziario per Kiev. I beni della Russia resteranno lì, intangibili e «congelati», mentre l’UE si prepara a contrarre debito comune per 90 miliardi nei prossimi due anni, a tasso zero e sotto la garanzia del bilancio UE.

Sotto il profilo squisitamente tecnico, la via del prestito comune appare ad ogni modo l’opzione più percorribile, nel rispetto dei requisiti individuati dal Fondo monetario internazionale per la valutazione di sostenibilità dell’Ucraina. Ma anche la più immediata, tenendo conto del rischio di bancarotta che incombe su Kiev. Il meccanismo del debito comune consentirà all’Europa di cominciare a erogare i 90 miliardi già nel secondo trimestre 2026: «Kiev rimborserà questo prestito soltanto se la Russia avrà pagato i risarcimenti», ha sottolineato il presidente del Consiglio, Antonio Costa, ribadendo che anche queste misure – così come il perdurare delle sanzioni – rappresentano «un contributo fondamentale per una pace giusta e duratura in Ucraina».

Alla luce di questa decisione maturata dopo oltre quattro ore di summit, credere davvero nel yes, we did annunciato convintamente da Ursula von der Leyen appare tuttavia un’impresa assai ardua. A sorridere, piuttosto, i «soliti noti» del blocco di Visegrad. Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia si smarcano dagli obblighi comunitari e non contribuiranno al debito comune, con un’operazione che salva capra e cavoli, tenendo però alto il vessillo della coerenza, oltre che dell’euroscetticismo che negli ultimi tempi ha contraddistinto Bratislava, Praga e soprattutto Budapest.

Nelle parole del presidente ungherese Viktor Orbán, i 90 miliardi rappresentano «una decisione estremamente sbagliata che avvicina l’Europa alla guerra». Soddisfatto anche il premier belga Bart De Wever, da sempre contrario all’utilizzo degli asset di Mosca senza adeguate garanzie, visto che la stragrande maggioranza dei fondi si trova nel deposito Euroclear, a Bruxelles: «Non c’è mai stato un dibattito se avessimo dovuto aiutare l’Ucraina, ma sul come. Oggi l’Europa ha vinto, ha vinto la stabilità finanziaria ed è stato evitato il caos». Chi incassa il colpo pur senza darlo troppo a vedere è invece Friedrich Merz. «Se la Russia non paga le riparazioni, utilizzeremo – nel pieno rispetto del diritto internazionale – i beni russi immobilizzati per rimborsare il prestito», ha dichiarato il cancelliere tedesco, costretto ad accantonare l’ipotesi di impiegare direttamente gli asset.

Secondo Giorgia Meloni, a prevalere è stato invece il «buon senso»: all’uscita del summit, la premier si è detta «contenta che si sia riusciti a garantire le risorse necessarie, ma con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e finanziario». Sugli asset russi sparsi nel Vecchio Continente, sottolinea: «La decisione più importante l’abbiamo già presa qualche giorno fa, quando li abbiamo immobilizzati garantendo che non vengano restituiti. Nelle conclusioni si dice poi che l’UE, seguendo quella che è la normativa, si riserva anche di considerare l’uso di questi asset soprattutto per ripagare il prestito», riconoscendo però che si tratta di un lavoro ancora molto lungo.

Venuta meno l’opportunità di fornire a Kiev i miliardi del Cremlino, Bruxelles finisce per «trincerarsi» dietro a un debito comune che, stando alle conclusioni dell’accordo tra i (ventiquattro) leader UE, punta sul rafforzamento delle industrie belliche europee e ucraine, sul contrasto alla corruzione e sul mantenimento dello stato di diritto. Alla fine, dopo un timido tentativo di invocare un’azione più decisa a livello europeo, anche Zelensky ha definito il prestito da 90 miliardi un «sostegno significativo che rafforza concretamente la nostra resilienza», sottolineando al contempo l’importanza che «gli asset russi rimangano immobilizzati e che l’Ucraina abbia ricevuto una garanzia di sicurezza finanziaria per i prossimi anni».

Oggi su ItalyPost

logo USPI