Cbam
Al via la tassa Ue sul carbonio. Le energivore nel mirino
Nuove certificazioni per maxi importatori. Bruxelles si difende, critiche le imprese
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L’era della tassa sulle emissioni di carbonio è definitivamente arrivata. Dal 1° gennaio sono scattati gli obblighi previsti dal Meccanismo europeo di adeguamento del carbonio alla frontiera, meglio noto come Cbam. Una misura da tempo in cima a quel che resta dell’agenda verde dell’Unione europea, considerata il tassello decisivo per esplicitare il costo delle emissioni pagato dai produttori europei, evitando così la fuga di CO₂ e riequilibrando la concorrenza nei settori più energivori: cemento, alluminio, fertilizzanti, metalli ferrosi, idrogeno e elettricità. Dal 2028, secondo la roadmap della Commissione, il Cbam verrà esteso ad altri 180 beni industriali finiti e semilavorati, compresi frigoriferi e lavatrici, con l’obiettivo di troncare definitivamente le scappatoie. Sul piano operativo, le imprese che importano più di 50 tonnellate annue complessive di merci Cbam devono ottenere lo status di «dichiarante autorizzato» entro il 31 marzo, per poi procedere all’acquisto dei certificati ad un prezzo che oscilla tra 70 e 100 euro per ogni tonnellata di CO₂.
Dalla Commissione Ue difendono il Cbam come strumento essenziale per garantire una parità di condizioni tra industrie interne e concorrenti esteri, sottolineando che la soglia delle 50 tonnellate alleggerisce gli oneri in capo a quasi 182 mila piccoli importatori, responsabili però appena dell’1% delle emissioni, mentre tutto il resto dipende dai grandi importatori. Secondo l’esecutivo Ue, il Cbam punta a interrompere le distorsioni concorrenziali, scoraggiando la delocalizzazione e incentivando Paesi terzi ad adottare sistemi di carbon pricing compatibili con l’accesso al Mercato comunitario. Per attenuare il rischio di perdita di competitività, Bruxelles ha anche proposto di dirottare un quarto dei proventi della vendita dei certificati Cbam in un Fondo temporaneo per il biennio 2026-2027, mentre il resto confluirà nel bilancio Ue come risorsa propria.
Fuori dall’Europa, intanto, non si placano gli attacchi di chi legge la misura come una tassa di frontiera protezionistica. Stati Uniti, Cina, India e Russia hanno già denunciato potenziali incompatibilità con le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, paventando ritorsioni e rialzi tariffari sui prodotti europei ma anche misure analoghe a tutela delle rispettive imprese. Il rischio segnalato da diversi analisti è che la riallocazione dei flussi di beni ad alta intensità di CO₂ verso mercati non coperti dal Cbam finisca per alimentare fenomeni di dumping climatico, con la sovraccapacità destinata a confluire verso economie meno prodighe alla tutela ambientale.
E non va meglio in Italia, dove negli ultimi giorni la manifattura è tornata a guardare al Cbam con crescente inquietudine. Il timore è che, mentre le imprese pagano per ogni tonnellata di CO₂ emessa attraverso l’Ets, prodotti finiti provenienti da Paesi privi di norme stringenti sul carbonio continuino a inondare il mercato con prezzi più concorrenziali. Da Federacciai parlano di «oneri burocratici paurosi», rispondendo alle preoccupazioni espresse anche da Eurofer: allo stato attuale, il Cbam «rischia di penalizzare ulteriormente i produttori europei e i loro clienti in un contesto geoeconomico difficile», aggravato da sovraccapacità, dumping e costo dell'energia.

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