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06 Gennaio 2026, 17:21

Risparmio

Famiglie più ricche, due volte il debito. Congiuntura debole, giù l’indice Pmi

Nel 2025 la ricchezza finanziaria è cresciuta a 6.148 miliardi, quasi il doppio del nostro debito

Famiglie più ricche, due volte il debito. Congiuntura debole, giù l’indice Pmi

Cresce il proverbiale risparmio «da formichina» degli italiani, mentre vanno un po’ meno bene le aspettative congiunturali. Queste, in estrema sintesi, le indicazioni emerse ieri mentre il Belpaese festeggiava la mitica 'vecchina' che di fatto segna la fine delle festività natalizie con la pausa lavorativa e scolastica invernale. Cominciamo dai quattrini, anche perché quest’anno la calza della Befana è stata un po’ più ricca, arrivando a 2,4 miliardi di euro, 100 milioni in più rispetto alla precedente stagione.

Al 31 dicembre 2025 la ricchezza finanziaria delle famiglie italiane è aumentata di 266,6 miliardi di euro (più 4,5%), arrivando a 6.148,2 miliardi. Si tratta di una cifra rilevante e pari a quasi il doppio del debito pubblico italiano, che ha raggiunto il record proprio alla fine dello scorso anno: 3.137 miliardi di euro. Per intenderci, ogni italiano, anche quelli appena nati, ha sulle sue spalle circa 52 mila euro che deve rimborsare. Il peso rispetto al Pil (prodotto interno lordo) è pari a oltre il 135%. In sostanza, per ogni euro di «fatturato Paese» il nostro sistema presenta un debito di 1,35 euro.

Unimpresa, che rappresenta le micro, piccole e medie imprese italiane di tutti i settori, ha fatto un po’ di calcoli su dati Bankitalia arrivando alla seguente conclusione: nel Belpaese, rispetto al 2024, c’è stato un incremento rilevante della ricchezza. Fenomeno che si accompagna a una profonda ricomposizione dei portafogli, segnata da una graduale riduzione della liquidità improduttiva e da un rafforzamento degli investimenti finanziari dinamici. Insomma, per dirla con uno slogan: «Più titoli e meno depositi», anche se i conti correnti restano la singola voce più consistente del risparmio, crescendo da 1.112,4 miliardi nel 2024 a 1.140,9 miliardi nel 2025, con un aumento di 28,5 miliardi (+2,6%). Tuttavia, la loro incidenza sul totale scende leggermente dal 18,9 al 18,6%, segnalando che la liquidità continua ad aumentare in valore assoluto, ma perde centralità nella composizione complessiva della ricchezza.

Commentando questi e altri dati, il presidente di Unimpresa (Unione nazionale di imprese), Paolo Longobardi, sottolinea che «i numeri raccontano una verità troppo spesso viene sottovalutata perché l’economia del nostro Paese è più forte, resiliente e sorprendente di quanto non emerga dal dibattito quotidiano».

Non si tratta di un fatto episodico, ma il segno di una solidità profonda, costruita nel tempo, che «resiste alle incertezze internazionali e alle tensioni cicliche. Questa grande massa di risparmio — riflette Longobardi — rappresenta però anche una responsabilità collettiva. Una quota crescente di capitali si sta orientando verso strumenti finanziari più dinamici: è un segnale positivo, che va accompagnato da politiche capaci di canalizzare una parte di queste risorse verso la crescita delle imprese, in particolare delle Pmi, che sono il motore dell’occupazione. Investire nelle imprese significa creare lavoro stabile, innovazione, competitività e, in ultima analisi, rafforzare il tessuto sociale del Paese. Questo risultato è favorito anche da un quadro di stabilità politica che negli ultimi anni ha contribuito a dare più fiducia a famiglie e operatori economici. La continuità dell’azione di governo e una gestione responsabile dei conti pubblici hanno creato le condizioni per cui il risparmio ha continuato a crescere».

Notizie meno confortanti, invece, sul versante congiunturale. Infatti l’indice italiano (di quello sui Paesi dell’Eurozona scriviamo in un articolo nella pagina affianco del giornale) Pmi «composito» scende a 50,3 punti ed è in flessione anche il dato dei servizi, che si attesta a 51,5 punti. L’indicatore Hcob, purchasing managers’ index (Pmi, da non confondere con altri diffusi qualche giorno fa), è significativo perché «anticipa» l’andamento dell’economia. Il tutto perché la raccolta dati si basa su sondaggi standardizzati tra i responsabili degli acquisti di vari settori: copre il manifatturiero, i servizi e l’edilizia. Ed è proprio questa ampia copertura a consentire un’analisi completa delle dinamiche economiche. La scala è abbastanza semplice: i valori vanno da 0 a 100. I numeri superiori a 50 indicano espansione, mentre quelli inferiori a 50 significano contrazione. Ma un arretramento dell’indicatore vuol dire frenata, mentre un miglioramento sta a significare che le aziende vedono un futuro più rosa.

I dati confermano che il mercato nazionale guida i miglioramenti della domanda, dal momento che l’export è lievemente diminuito. Le aziende intervistate hanno mostrato posizioni ambivalenti, alcune notando un maggiore interesse da parte dei clienti nonostante il generale attenuamento delle vendite.

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