Senza fine: dai giochi all’acciaio, le crisi industriali più lunghe
Dall’ex Ilva alla Peg Perego, da Ceramica Dolomite al Sulcis, nell’elenco delle 71 vertenze del Mimit compaiono nomi che da anni arrancano tra cassa integrazione e incentivi
Alla Peg Perego di Arcore gli operai sono in cassa integrazione da quindici anni. A marzo scadranno gli ammortizzatori sociali e da mesi si cerca una via d’uscita per evitare almeno cento licenziamenti. Quasi tutte donne, tra i cinquanta e i sessant’anni, difficili da ricollocare.
Stesso scenario per Conforama. Dopo gli svariati passaggi proprietari degli ultimi trent’anni, tra ammortizzatori, trasferimenti forzati ed esodi incentivati, non ci si è mossi di un millimetro.
I nomi delle due aziende sono tra i più longevi della lista delle settantuno vertenze aperte (o in monitoraggio) da poco aggiornata dal ministero delle Attività produttive e del Made in Italy. Nonostante la lite tra Mimit e Cgil sui numeri più o meno alti dei tavoli di crisi (41 per il governo, 96 per il sindacato), la realtà sulla produzione industriale italiana non cambia. Le rilevazioni dell’Istat la danno in calo da quasi tre anni, mentre le richieste di cassa integrazione sono aumentate di quasi il 10% nell’ultimo anno.
Nuovi nomi dell’industria, commercio e grande distribuzione via via si aggiungono a un lungo elenco di imprese che da anni boccheggiano tra infiniti tavoli in via Veneto alla ricerca di piani di reindustrializzazione e nuovi acquirenti. Solo 2025 si sono svolti 208 tavoli tra sindacati e aziende.
In cima agli evergreen delle crisi c’è l’ex Ilva, in bilico tra commissari, governo nazionale e magistratura ormai dal 2012, anno della prima inchiesta “Ambiente svenduto” sulle emissioni velenose. Ma la lunga crisi dell’acciaio va ben oltre Taranto e Genova. Restano ancora bloccati il rilancio della Jsw Steel Italy (ex Lucchini) e della Liberty Magona di Piombino. Così come sembra ormai senza via d’uscita il destino del distretto minerario del Sulcis in Sardegna. L’ex Alcoa (oggi Sideralloys Italia), Eurallumina e Glencore hanno continuato a collezionare negli anni tavoli su tavoli e scioperi su scioperi, ma all’orizzonte non si vede nessuna soluzione.
Tra le situazioni più complicate c’è quella del settore auto, soprattutto per le imprese legate alla produzione di Stellantis. Crisi nera nell’indotto lucano per Tiberina Melfi, Brose Melfi e Pmc. Alla Brose producevano il modulo porta, che però non compare più nei nuovi modelli di Stellantis. La Pmc, invece, è in fase di liquidazione e per il momento ha tamponato con un anno di cassa straordinaria in deroga per 93 operai.
Non troppo lontano, alla Bosch di Bari, a giugno hanno prorogato una volta il contratto di solidarietà. Per la Jabil di Marcianise è corsa in aiuto Invitalia. La Cooper Standard di Battipaglia, che produce le guarnizioni per le auto, è in bilico dopo l’apertura della stessa linea in Polonia. La Lear di Grugliasco, che produceva i sedili per Maserati, dovrebbe passare a breve nelle mani della società italo-cinese Fipa che produrrà microcar elettriche. Mentre è ormai certa la rinuncia di Acc (Automotive Cells Company), la joint venture fondata nel 2020 tra Stellantis, Total e Mercedes, sul progetto della gigafactory di batterie di Termoli, in Molise.
Una crisi che si trascina da tempo è anche quella di Ceramica Dolomite, ceduta nel 2022 da Ideal Standard a una cordata di imprenditori veneti. I forni vennero riaccesi, si parlò di rilancio. Ma lo scorso 9 dicembre, alla Regione Veneto, è stato sottoscritto un nuovo accordo per un anno di cassa integrazione. Nello stesso comparto, il Gruppo Saxa Gres, lo scorso ottobre ha presentato un’istanza al Tribunale di Frosinone per accedere al concordato preventivo ed evitare il fallimento. Mentre nell’edilizia, la Cmc Ravenna, dopo una lunga crisi che si trascina dal 2018, a giugno 2025 è stata rilevata all’Asta dalla Alpha General Contractor.
Nella lista degli evergreen delle crisi aziendali ci sono anche molti nomi legati alla crisi del comparto degli elettrodomestici. A Siena, da poco è stato chiuso definitivamente lo stabilimento toscano di Beko Europe, i cui 170 operai da gennaio sono entrati in cassa integrazione. Mentre rimane sotto osservazione la Electrolux di Porcia.
Nel commercio, oltre a Conbipel e Coin, resta irrisolta la grande crisi di Yoox. Gli oltre duecento esuberi annunciati tra Bologna e Milano per il momento sono stati congelati, ma non si vedono soluzioni all’orizzonte.
Una lunga “tradizione” di tavoli di crisi e ammortizzatori sociali è anche quella del comparto dei call center, concentrati nel Mezzogiorno. Nell’elenco del Mimit tornano ancora i nomi della lucana Callmat e della calabrese Abramo. Mentre a Taranto, negli stessi giorni in cui si decide il destino dell’Ilva, i sindacati hanno indetto uno sciopero per il 9 gennaio nelle aziende legate alla commessa dell’Enel, dove ci sarebbero ottocento posti di lavoro a rischio. Poco distante, l’ultima vertenza esplosa in ordine di tempo è quella dei divani di Natuzzi, che ha annunciato la chiusura delle fabbriche di Altamura e Santeramo, dopo aver accumulato 318 milioni di perdite negli ultimi quindici anni.

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