Da Miami a Taranto, Flacks e i suoi piani per l’Ilva
Il fondo americano promette di riportare l’acciaieria in serie A. Dubbiosi i sindacati
La Fiom e il Partito democratico di Taranto si sono subito fatti sentire. Le parole di Michael Flacks sui piani del suo Flacks Group sul destino dell’ex Ilva hanno provocato le prime proteste. «Sulla vendita sia il governo a tracciare le politiche industriali del Paese e non un fondo di investimenti», commentano dal sindacato.
Il patron del fondo americano, specializzato nell’acquisizione di aziende in crisi, promette di riportare in serie A la più grande acciaieria d’Europa. L’offerta messa sul tavolo è simbolica, appena 1 euro per acquistare Acciaierie d’Italia, ma accompagnata da un piano di investimenti da 4 miliardi di euro. La quota di Flacks non verrà versata a tappe. E ogni tranche sarà legata al raggiungimento di obiettivi precisi. Una volta raggiunti i risultati, Flacks si impegna ad acquistare anche la quota pubblica per un ulteriore miliardo di euro.
A preoccupare i sindacati sono le prospettive occupazionali di Flacks e un piano industriale ancora non ben definito. Il fondo americano promette di investire nel raddoppio della produzione a quattro milioni di tonnellate all’anno, ma prevede solo 8.500 assunzioni, meno degli attuali circa diecimila dipendenti. Mentre il piano industriale a “ciclo corto” presentato dal ministro Adolfo Urso ha da subito provocato le proteste dei sindacati. La rimodulazione delle attività basata solo sui forni elettrici e senza la produzione interna di coke richiederà organici più ridotti, con il conseguente aumento del numero di addetti in cassa integrazione.
L’obiettivo di Urso sarebbe quello di completare la decarbonizzazione entro quattro anni seguendo il sogno dell’acciaio green, che per ora sembra più che altro uno slogan. La gara di vendita del ministro, dopo il ritiro dell’offerta di Baku Steel, è andata deserta. Poi al Mimit a dicembre sono arrivate due offerte: quelle di Bedrock Industries e Flacks Group, che a fine 2025 ha annunciato un accordo con il governo italiano.
Intanto i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia hanno chiesto al ministero dell’Ambiente di modificare l’Autorizzazione integrata ambientale per spegnere tutte le batterie che alimentano le cokerie. Dal 21 gennaio l’Ilva quindi non produrrà più coke e non sarà più un impianto a ciclo integrale. Dalla Fiom denunciano che le informazioni arrivate non siano state del tutto trasparenti, suggerendo che il governo avesse già programmato a ottobre la fermata delle batterie senza un confronto. Proprio mentre cresce la quota di acciaio integrale importato, fondamentale per auto, elettrodomestici, apparecchi elettrici ed edilizia.
«L’individuazione di Flacks come potenziale acquirente dell’ex Ilva rappresenta un passaggio importante, ma non può essere un punto di arrivo», commenta la segretaria provinciale del Pd Taranto, Anna Filippetti, che chiede al governo di rendere noto quali saranno le garanzie occupazionali previste, quali gli impegni assunti da Flacks e le contropartite richieste al pubblico. «Il territorio ionico non può permettersi l’ennesimo annuncio senza sostanza», dice.
Da quando nel 2019 ArcelorMittal ha restituito l’Ilva allo Stato, l’acciaieria costa 100 milioni di euro al mese tra perdite, cassa integrazione e sussidi. E oggi in Senato si torna a discutere del nuovo provvedimento Salva Ilva.

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