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08 Gennaio 2026, 19:39

Il Commento

Altro che assegni e bonus bebè
L’Italia può salvarsi portando
più donne nei luoghi di lavoro

I dati sul lavoro dell’Istat, dalle parti della maggioranza governo, hanno indotto all’ottimismo, per usare un eufemismo. Dalla premier Meloni alla ministra Calderone, i toni sono stati trionfalistici. «L’Italia riparte», ha commentato il deputato di Fratelli d’Italia Saverio Congedo. «Con buona pace di una sinistra che augura ogni sventura alla Nazione, la strada intrapresa è quella giusta e a dirlo sono i numeri». Ma i numeri dicono anche altro. E sono preoccupanti soprattutto per le lavoratrici italiane. A novembre le disoccupate diminuiscono di 22mila unità, mentre le inattive aumentano di 49mila. E quasi tutto il calo degli occupati del mese ricade sulle donne. Il miglioramento del tasso di disoccupazione passa quindi più dall’uscita che dall’ingresso delle donne nel mercato del lavoro.
Strano che al governo guidato da una premier donna, che ha fatto delle politiche sulle natalità il suo cavallo di battaglia, sia “sfuggito” proprio il dato sull’occupazione femminile.
Eppure sono segnali preoccupanti per un Paese dove ancora poco più di una donna su due lavora (54%), con un tasso di inattività femminile al 42%, quasi il doppio di quello maschile. Senza dimenticare che se si considerano le differenze regionali, la situazione è ancora più grave: al Nord si raggiungono tassi superiori al 60% e ci si avvicina al Nord Europa (Estonia e Paesi Bassi guidano la classifica), mentre nel Mezzogiorno si toccano ancora picchi verso il basso di poco superiori al 30 per cento.
Guardando all’ultimo anno, la dinamica è sì più favorevole per le donne, che guadagnano 100mila occupate contro i 79mila occupati in più tra gli uomini. Ma restiamo sempre in una palude, con bassissimi tassi di partecipazione delle donne, soprattutto se madri. Tra il 2023 e 2024 oltre 61mila genitori si sono dimessi, di cui circa il 70% donne e il 30% uomini.
Le politiche per la natalità, replicate a suon di bonus e slogan nella legge di bilancio, evidentemente non bastano. Né ad aumentare la natalità, né a facilitare il lavoro femminile. Un problema enorme, soprattutto nel contesto dell’inverno demografico italiano dove si faticano a trovare lavoratori.
Il capo del Dipartimento Economia e Statistica di Bankitalia, Andrea Brandolini, intervenendo nella Commissione parlamentare d’inchiesta sulla transizione demografica, ha spiegato che solo raggiungendo tassi di occupazione come quelli della Svezia potremo evitare la diminuzione del Pil del 6,8% a cui porterà il calo della popolazione in età da lavoro da qui al 2050. In Svezia lavora il 74% delle donne, venti punti percentuali in più dell’Italia. Nel 1974 fu il primo Paese a introdurre il congedo parentale paritario per entrambi i genitori finanziato dallo Stato. Oggi madri e padri hanno diritto a 480 giorni di assenza dal lavoro. In Italia abbiamo il congedo obbligatorio di paternità solo dal 2012, esteso a dieci giorni solo quattro anni fa.
Visto da qui, oggi quello che è un grave vulnus del nostro mercato del lavoro potrebbe essere oggi motivo di speranza: un grande “serbatoio” di inattive al quale attingere per aumentare le forze lavoro, neutralizzando il calo demografico. Se solo si smettesse di investire sui bonus bebè.

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