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08 Gennaio 2026, 20:07

Occupazione

La selezione è diventata un percorso a ostacoli

Mentre le aziende faticano sempre più a trovare personale i candidati lamentano procedure rigide e mancate risposte

La selezione è diventata un percorso a ostacoli

In attesa di un colloquio di lavoro (Shutterstock)

Nel bolognese, più di nove aziende su dieci dicono di avere difficoltà a trovare le figure professionali che cercano. Su LinkedIn, più di sei lavoratori su dieci dichiarano che trovare un lavoro nell’ultimo anno è diventato quasi impossibile. Sono i due estremi del mismatch del mercato del lavoro italiano, con domanda e offerta che faticano a incrociarsi. Risultato: il tasso di occupazione resta tra i più bassi d’Europa, proprio mentre gli annunci di lavoro aumentano ma le imprese faticano a trovare personale.
A essere in difficoltà nella ricerca di candidati sono soprattutto le aziende più piccole e la grande distribuzione. Mentre le imprese di grandi dimensioni sono più attrattive per i lavoratori, soprattutto più giovani, anche perché sono quelle più in grado di offrire salari più alti, lavoro flessibile e strumenti di welfare che fanno la differenza.
Eppure, secondo l’ultima indagine LinkedIn, nella percezione dei lavoratori il mercato del lavoro italiano è diventato ormai sempre più competitivo e selettivo. Gli intervistati parlano di processi di selezione percepiti come troppo rigidi (36%), con una competizione esasperata (44%) che attraversa tutte le fasce d’età.
La ricerca di un impiego, secondo l’indagine di LinkedIn, si è trasformata in quello che molti definiscono «un’impresa ardua», un percorso a ostacoli in cui la complessità burocratica sembra prevalere sulla valutazione del talento. La metà dei candidati ritiene che i processi siano frammentati in un numero eccessivo di fasi, trasformando il reclutamento in una sorta di maratona estenuante che, per il 49% degli utenti, ha perso ogni tratto umano. L’uso dell’intelligenza artificiale e dei filtri digitali hanno infatti accentuato un senso di impersonalità nella selezione, dove il candidato si sente ridotto a una serie di «keyword» – parole chiave – all’interno di un database prestabilito, piuttosto che una risorsa da inserire in azienda.
A questa architettura complessa si somma la forte percezione della mancanza di trasparenza da parte delle imprese. Quasi un quarto dei candidati (24%) segnala tempi di risposta estremamente lunghi che lasciano i lavoratori in un limbo professionale anche per settimane. Il fenomeno più comune denunciato dai candidati resta il «ghosting»: proprio come nelle relazioni sentimentali tossiche, anche i datori di lavoro scompaiono e non danno alcun riscontro dopo l’invio della candidatura o, peggio, dopo aver sostenuto i primi colloqui. Una pratica che colpisce il 20% dei candidati, minando la motivazione a proseguire nel percorso di carriera.
Il problema, spiega anche una ricerca di JobStep Insights, non è quindi la scarsità di opportunità e domanda di lavoro, ma anche il modo in cui oggi avvengono i processi di selezione. La mancanza di risposte non è dovuta a una riduzione delle opportunità. Al contrario, l’aumento delle candidature per posizione ha reso i primi filtri, spesso automatici e affidati all’intelligenza artificiale, molto più selettivi. E più curriculum vengono inviati, meno curriculum vengono realmente letti dagli addetti alle risorse umane.
I numeri della ricerca di JobStep Insights mostrano chiaramente quanto sia diventato raro arrivare anche solo a un primo contatto umano. Il 72% non riceve nessuna risposta, 18% riceve una risposta negativa, mentre solo il 10% ha accesso ad almeno una fase successiva. Questo significa che sette candidature su dieci si interrompono prima di qualsiasi contatto umano.
Una parte significativa dei cv viene oggi gestita da sistemi automatizzati. E anche le tempistiche dei processi di recruiting si sono allungate. I percorsi decisionali coinvolgono più attori e più fasi, soprattutto per i ruoli più qualificati. La durata tipica dei processi di recruiting è salita a 6–10 settimane, con un aumento medio del 28% nell’ultimo anno. 
L’altro lato della medaglia, in questo percorso a ostacoli tra Ai e Hr, è che nel mercato del lavoro italiano continuano a dominare le dinamiche informali: oltre tre professionisti su dieci ritengono che le conoscenze personali contino più del merito (32%), mentre solo uno su cinque crede che impegno e competenze vengano sempre premiati.

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