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15 Ottobre 2025, 12:37

Il futuro del Veneto

La sfida per Alberto Stefani. Al Veneto serve un cambio di passo

Giovane, pragmatico, poco incline alla retorica: Alberto Stefani rappresenta per il Veneto la prima vera discontinuità dopo l’era Zaia. Meno comunicazione e più decisioni, meno slogan e più concretezza. Se manterrà questo equilibrio, potrebbe riaccendere la fiducia in una regione stanca ma ancora vitale

La sfida per Alberto Stefani. Al Veneto serve un cambio di passo

Il candidato del centrodestra alle Regionali in Veneto, Alberto Stefani

Domani sera si consumerà l’incoronazione. Dopo una lunga pantomima, durata mesi e piena di finte sorprese, il copione scritto da tempo arriverà al suo ultimo atto. Gli addetti ai lavori lo sapevano da più di sei mesi: il Veneto andrà alla Lega, nella persona del ‘giovane’ Alberto Stefani, uomo di fiducia di Salvini ma in rapporti più che civili con Zaia. A Fratelli d’Italia spetterà la Lombardia, come contropartita di potere e di equilibrio interno alla coalizione.

Resta semmai da capire cosa farà Luca Zaia. Anche qui, però, il finale è già stato abbozzato: Fratelli d’Italia deve decidere se preferisce trovarselo come capolista della Lega in Veneto o come candidato sindaco a Venezia. Nel primo caso, Fratelli d’Italia perderebbe dieci punti percentuali alle regionali; nel secondo, non perderebbe nulla, perché Venezia non è alla portata del partito di Meloni. Insomma, anche in questo caso, nulla che non fosse già scritto nei titoli di coda.

Ora che la scena è sgombra, si può finalmente parlare del futuro governatore. Evitiamo di sprecare tempo a fingere che il centrosinistra possa essere competitivo. La domanda vera è un’altra: che tipo di governatore sarà Alberto Stefani?

È un interrogativo tutt’altro che banale. Perché si chiude un’epoca: quella dei dieci anni e più di Luca Zaia, un campione mondiale della comunicazione politica, ma non del governo. Dirlo non è un insulto: in Veneto, governare davvero è quasi un delitto di lesa maestà. I veneti, si sa, vogliono essere amministrati, non guidati. Zaia ha incarnato perfettamente questa filosofia: ha comunicato tanto, deciso poco, e incassato consensi da record.

Eppure, almeno una volta, ha scelto di fare il governatore: quando ha voluto portare a termine la Pedemontana. Un’opera gigantesca per la quale – al pari di Giancarlo Galan che realizzò il Passante di Mestre – i veneti gli dovranno essere grati per sempre. Ma quell’esperienza gli è bastata per capire quanto sia pericoloso scegliere. Polemiche infinite, opposizioni trasversali, benaltristi di professione. Conoscendolo si sarà chiesto più volte: chi me lo ha fatto fare?

Stefani eredita una regione forte, ma stanca. Il Veneto resta tra le locomotive d’Italia, ma con il motore che tossisce: i giovani fuggono, le università non fanno sistema, le infrastrutture arrancano. L’Alta Velocità si fermerà ancora per anni al nodo di Vicenza; le reti metropolitane territoriali sono rimaste sulla carta; l’export arranca dietro all’Emilia. Il nuovo triangolo industriale del Paese — Milano, Bologna, Treviso — vede il Veneto sempre meno centrale.

Potrà il ‘giovane leghista’ invertire questa rotta? Le previsioni in politica sono spesso ingannevoli, ma qualche segnale incoraggiante c’è. Tre, in particolare.

Il primo è l’età. Stefani appartiene a una generazione che non ha vissuto il mito della rendita del Nord-Est. È un pragmatico, uno che studia, si prepara, ascolta. E questo, di per sé, è già un inizio. I cambi generazionali, anche in politica, producono ossigeno: liberano dai tic del passato e, qualche volta, rimettono in moto la realtà.

Il secondo è la sua fedeltà a Salvini. Può sembrare un limite, ma non lo è. Salvini, che non è affatto lo sprovveduto che i suoi detrattori amano dipingere, alterna i Vannacci ai Giorgetti. E Stefani, per temperamento e stile, assomiglia più al secondo che al primo. Essere in sintonia con il capo conta, soprattutto quando il capo siede al Ministero delle Infrastrutture e decide i dossier strategici del Nord.

Infine, un paradosso: Stefani potrebbe essere avvantaggiato proprio dal non essere un leader mediatico. Dopo l’ubriacatura di narrazione che ha accompagnato il mito dell’Autonomia, il Veneto ha bisogno di concretezza, non di slogan. Il tempo dei presidenti onnipresenti e dei ‘governatori star’ sembra finito. Giorgia Meloni lo ha capito meglio di tutti: oggi il consenso non si costruisce sui talk show, ma nei risultati. Se Stefani saprà seguirne l’esempio — meno dirette Facebook, più decisioni — il Veneto potrebbe ritrovare la sua vocazione produttiva e il suo orgoglio.

E se così sarà, non sarà solo la fine dell’era Zaia. Sarà l’inizio di un Veneto adulto.

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