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05 Dicembre 2025, 16:35

Salari in recupero, ricchezza in caduta. La frattura del ceto medio italiano

Negli ultimi anni l’Italia ha imparato a convivere con una contraddizione che attraversa l’economia e si riflette nel corpo sociale: il mercato del lavoro tiene, anzi cresce, ma quella crescita non si traduce in un rafforzamento del benessere diffuso. L’Istat nel suo ultimo quadro previsionale ricorda come le retribuzioni lorde pro capite continuino a registrare variazioni positive, +2,9% nel 2025 dopo il recupero del 2024, segno di un sistema produttivo che domanda occupazione e prova a difendere il potere d’acquisto dei lavoratori. Tuttavia, lo stesso rapporto indica che le retribuzioni contrattuali in termini reali restano inferiori di quasi nove punti rispetto all’inizio del 2021. È una fotografia che spiega perché la percezione individuale sia più cupa delle statistiche e perché il ceto medio, tradizionale motore della domanda interna, oggi rallenti o addirittura arretri.

Il Censis offre il contrappunto sociale a questa dinamica economica. Nell’arco 2011-2025 la ricchezza reale delle famiglie si è erosa dell’8,5%, ma il dato che colpisce è la distribuzione del danno: la parte centrale della società, quella che stava nei decili mediani del patrimonio, ha visto ridursi la propria ricchezza fino a un terzo. Si è così prodotta una forbice che concentra nelle mani del 10% più abbiente il 60% della ricchezza nazionale. Non si tratta solo di divari numerici, ma di un cambiamento strutturale nelle aspettative: una classe media che per decenni aveva creduto nella possibilità di migliorare le proprie condizioni oggi teme il declassamento e si muove con la cautela di chi ha smarrito la prospettiva.

L’Istat osserva che consumi e redditi reali torneranno a crescere moderatamente nel 2026, complice l’ulteriore rallentamento dell’inflazione e la buona tenuta occupazionale. Ma dietro questo micro–rimbalzo si intravede l’atteggiamento nuovo segnalato dal Censis: una società che non corre più, che ha spostato in avanti i propri traguardi e ridotto la propensione al rischio. L’Italia degli anni Novanta e Duemila, capace di piccoli slanci imprenditoriali diffusi, oggi sembra affidarsi a un istinto di autodifesa, attingendo alle proprie risorse residue più che a un disegno collettivo. Il rapporto lo definisce una sorta di “difesa immunitaria”, un adattamento che permette di resistere agli shock ma non di riaprire i sentieri della mobilità.

La tenuta del mercato del lavoro, che pure resta un elemento positivo, non basta a invertire la percezione di stagnazione. Le famiglie vedono sì un incremento delle retribuzioni, ma ricordano anche la perdita accumulata negli anni dell’inflazione più alta. E i consumi, come nota l’Istat, avanzano a piccoli passi nonostante la propensione al risparmio torni a ridursi. È un comportamento tipico di chi si barcamena: si compra il necessario, si rinvia il superfluo, si accantona poco perché le incertezze prevalgono.

In questo scenario, la sfida non è solo economica ma culturale. L’Italia deve ricostruire il nesso tra crescita e benessere, tra lavoro e ascensione sociale. Oggi quel nesso appare indebolito: gli investimenti ripartono, i progetti del PNRR offrono uno stimolo alla domanda, ma manca la traduzione di tutto ciò in un ritorno di fiducia. Il Censis lo dice con chiarezza: siamo un Paese che sa stare nel presente, ma che fatica a immaginare il futuro. E senza un futuro credibile il ceto medio non consuma, non investe, non rischia. Rimanda.

La questione salariale, dunque, non è solo una variabile macroeconomica: è il cuore della questione sociale italiana. Per riportare in carreggiata il Paese non basterà una moderata crescita del Pil.

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