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19 Dicembre 2025, 20:17

Auto elettrica, la trasparenza è il motore della fiducia del consumatore

C’è una parola che accompagna ogni grande trasformazione economica, ma che raramente compare nei comunicati ufficiali: fiducia. Senza di essa, anche la più ambiziosa delle transizioni rischia di fermarsi prima di imboccare la corsia di sorpasso, inceppandosi tra promesse non mantenute e aspettative deluse. La decisione dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato di chiudere le istruttorie nei confronti di Stellantis, Tesla, Byd e Volkswagen con impegni vincolanti sulla trasparenza delle informazioni relative alle auto elettriche va letta esattamente in questa prospettiva. Non come una sanzione mascherata, ma come un atto di manutenzione del mercato, necessario per evitarne l’usura precoce.

L’auto elettrica non è più una promessa futuribile né un prodotto per una minoranza tecnologicamente consapevole. È entrata nella sfera delle scelte quotidiane di famiglie, imprese, flotte aziendali, incidendo su bilanci, abitudini e investimenti. Proprio per questo il linguaggio dell’industria non può restare sospeso tra suggestione e astrazione. L’autonomia dichiarata, la perdita di capacità delle batterie nel tempo, le condizioni reali delle garanzie non sono dettagli tecnici: sono il cuore del patto tra produttore e consumatore. E troppo spesso, finora, sono stati raccontati con eccessiva prudenza o con ottimismo selettivo, più attento alla narrazione che alla comprensione.

L’intervento dell’Antitrust agisce su una delle fragilità strutturali della transizione elettrica: l’asimmetria informativa. Chiedere che le informazioni siano concentrate in un’unica sezione, chiare, comparabili e non limitate a valori teorici significa riportare la scelta d’acquisto su un terreno di razionalità. Non si tratta di raffreddare il mercato, ma di renderlo adulto, capace di sostenersi senza scorciatoie comunicative. La sostenibilità non può essere affidata alla retorica, ma deve poggiare su dati comprensibili e verificabili.

Particolarmente rilevante è l’introduzione di strumenti di simulazione dell’autonomia, capaci di tenere conto delle diverse modalità d’uso e dei fattori che incidono sulla percorrenza reale. È un passaggio culturale prima ancora che tecnologico. L’auto elettrica smette di essere raccontata come un ideale astratto e diventa ciò che è: un prodotto industriale, con limiti fisiologici che vanno conosciuti prima, non scoperti dopo, quando la decisione di acquisto è ormai irreversibile.

Ancora più delicato è il tema del degrado delle batterie e dello State of Health. Qui l’Autorità ha ottenuto non solo maggiore chiarezza informativa, ma anche un impegno concreto di alcuni costruttori ad alzare le soglie di garanzia. È un segnale che sposta il baricentro dal marketing alla qualità. La durata effettiva della batteria è infatti il vero discrimine economico dell’elettrico, soprattutto in prospettiva di un mercato dell’usato che sarà decisivo per la sua diffusione di massa e per la tenuta del valore nel tempo.

Questa vicenda racconta anche un ruolo diverso delle istituzioni economiche. Non quello di censori a posteriori, ma di regolatori che intervengono prima che la distanza tra aspettative e realtà produca sfiducia, frustrazione e rigetto. La scelta di chiudere le istruttorie con impegni vincolanti, da attuare in tempi certi, evita il contenzioso e rafforza la credibilità del sistema nel suo insieme, rendendo più solido il quadro competitivo.

La transizione ecologica non fallisce per mancanza di tecnologia, ma per deficit di consenso. E il consenso si costruisce con la chiarezza, non con l’enfasi. In questo senso, la trasparenza chiesta dall’Antitrust non è un obbligo burocratico: è il vero carburante di un cambiamento che, per durare, deve prima convincere, spiegare e farsi comprendere.

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