La cittadinanza economica comincia da un Iban
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Avere un conto corrente a proprio nome sembra un fatto amministrativo. In realtà è la soglia di una cittadinanza economica compiuta. Permette di ricevere lo stipendio, pagare un affitto, costruire una storia creditizia, accedere a strumenti digitali, risparmiare, investire. Dove il conto personale manca, manca una biografia economica: niente domiciliazioni, niente rating, niente microcredito, niente welfare aziendale che passi da piattaforme e rimborsi tracciati. La vita diventa più fragile e reversibile. E la libertà di scegliere si riduce a un campo ristretto, condizionato da chi detiene le credenziali e, spesso, il potere.
In Italia, ancora troppe donne non hanno un conto intestato esclusivamente a sé. In molti casi utilizzano conti cointestati, che nella quotidianità funzionano ma al momento della crisi relazionale si trasformano in una leva di controllo: accessi bloccati, prelievi improvvisi, spese contestate. Se la relazione finisce, ricostruire un’identità bancaria richiede tempo, documenti, buste paga. Intanto i pagamenti si accumulano. È in quel frangente che la differenza tra avere e non avere un Iban personale assume dimensione politica: consente di agire senza chiedere permesso.
La mancanza di un conto personale è il prodotto di tre dinamiche. Retaggi culturali che consegnano agli uomini la regia finanziaria della famiglia, con la donna relegata al controllo delle spese correnti ma senza pieno accesso agli strumenti. Asimmetrie informative e di fiducia, perché molte si percepiscono poco competenti in materia bancaria e temono di sbagliare. Barriere di servizio, dalla chiusura di filiali alla digitalizzazione poco inclusiva, che rende l’onboarding complesso per chi non ha dimestichezza con identità digitali, app, firme elettroniche.
Questa non è una discussione privata, ma un tema macroeconomico. Dove l’autonomia bancaria è bassa, la partecipazione femminile al lavoro è più fragile; la produttività media risulta inferiore; la propensione a intraprendere diminuisce. Senza un conto personale, è più difficile aprire una partita IVA, ricevere bonifici, accedere a linee di credito o a forme di microfinanza. È più probabile rinunciare a occasioni professionali che richiedono rapidità nelle decisioni. L’economia somiglia a un circuito elettrico con resistenza troppo alta: il flusso c’è, ma si disperde in attriti.
Cosa fare, dunque? Le banche possono introdurre prodotti davvero inclusivi: conti di autonomia a costo zero per 24 mesi destinati al primo Iban personale, carte con massimali calibrati e notifiche automatiche, cruscotti semplici per budget e obiettivi, assistenza umana nelle fasi iniziali. Possono prevedere clausole di salvaguardia in caso di appropriazione indebita dello stipendio. Le imprese, dal canto loro, possono inserire la formazione finanziaria nel welfare, collegare benefit a Iban personali, spingere su pagamenti tracciati e su anticipo spese gestito via app individuali. Lo Stato può contribuire con voucher di educazione finanziaria e sportelli pubblici di consulenza breve e gratuita.
Ma serve anche un cambiamento linguistico. In molte coppie il conto personale viene frainteso come segnale di sfiducia, mentre è l’equivalente della patente di guida: ti abilita a muoverti da sola, senza togliere nulla alla condivisione. Conti separati e un conto comune per le spese condivise possono essere un assetto efficiente e trasparente. La parità non si misura nella promessa di protezione, bensì nella possibilità di decidere. E decidere, in economia, significa poter firmare, pagare, ricevere, risparmiare.
Infine, educazione. L’alfabetizzazione finanziaria funziona quando è concreta: leggere un estratto conto, riconoscere costi e tassi, impostare obiettivi di breve e medio termine, creare un cuscinetto di liquidità, valutare una copertura assicurativa essenziale. Non serve un trattato di finanza: servono dieci gesti ripetuti con regolarità. Le scuole, i centri per l’impiego, i comuni, le reti del Terzo settore possono diventare luoghi di allenamento gentile all’autonomia.
In filigrana c’è una responsabilità condivisa: rendere normale l’autonomia. Una prassi utile è la dichiarazione preventiva degli obiettivi finanziari personali e comuni, con verifica trimestrale: quanto risparmio, quali spese annue prevedo, quali coperture servono, quale quota posso investire senza esporre il nucleo familiare a rischi eccessivi. Questa disciplina, semplice e ripetibile, riduce conflitti, espone le asimmetrie di potere e abilita scelte migliori. L’economia domestica non è un mistero contabile per iniziati: è un progetto che chiede voce a tutti i soggetti coinvolti.
Per completare il quadro serve un impegno misurabile: indicatori di bancarizzazione autonoma per sesso ed età, target annuali di apertura di primi conti personali, audit di usabilità sulle app, coaching finanziario nei Cpi. Le politiche pubbliche dovrebbero fissare obiettivi verificabili e premiare gli operatori che li raggiungono. Quando gli incentivi sono chiari, i comportamenti seguono. E l’autonomia smette di essere un auspicio e diventa prassi.

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