Il costo economico del «sessismo benevolo»
Il sessismo benevolo è una carezza che spinge indietro. Non urla, non vieta, non minaccia. Semplicemente avvolge, rassicura, prende in carico. Dice: «lascia fare a me». Sembra cura, ma produce delega. Sembra protezione, ma normalizza l’idea che decidere spetti a uno solo. Applicato all’economia domestica, questo copione genera una catena invisibile: chi controlla il denaro controlla il tempo, il lavoro, le opportunità. E quando la protezione diventa prassi, la violenza economica trova un terreno morbido su cui attecchire.
Non è una questione di buone o cattive intenzioni. È una questione di esiti. Il paternalismo protettivo — descritto dalla letteratura come componente del sessismo ambivalente — costruisce gerarchie morbide in cui la donna viene idealizzata, ma invitata a non decidere. Nel breve periodo, può sembrare un equilibrio funzionale: lui si occupa di conti, mutuo, investimenti; lei gestisce spese quotidiane e cura. Nel lungo periodo, però, questa divisione produce perdita di competenze: se non negozi, disimpari a negoziare; se non pianifichi, disimpari a pianificare; se non firmi, disimpari a firmare. Così la coppia diventa un’impresa con un solo Cfo, e l’altra parte finisce per sentirsi ospite dentro la propria vita economica.
Il costo non è solo umano, è produttivo. Le organizzazioni assorbono i riflessi di questa cultura: minore propensione a candidarsi a ruoli di responsabilità, salari non negoziati, carriere interrotte «per stare più tranquille». Ogni rinuncia individuale ha un moltiplicatore negativo: riduce la presenza di talenti ai tavoli decisionali, impoverisce il capitale umano, spinge verso modelli di impresa meno innovativi. A livello macro, tutto ciò si traduce in un gap di produttività che non si colma con gli incentivi se, a monte, resta intatto il copione culturale.
Come si rompe la gabbia? Con default paritari nelle scelte che contano. In famiglia: conti separati più un conto comune per le spese condivise; piena trasparenza su budget e investimenti; rotazione dei ruoli decisionali; accesso congiunto alle credenziali digitali. Sul lavoro: congedi parentali bilanciati e realmente fruibili dagli uomini senza stigma; valutazioni cieche nei passaggi critici; progressioni disegnate su risultati e non su presenza; formazione mirata su negoziazione, pianificazione finanziaria, gestione del rischio. Nelle politiche pubbliche: servizi per l’infanzia universalmente accessibili; strumenti rapidi ed efficaci per il recupero dei mantenimenti; tutele contro l’appropriazione dello stipendio; percorsi di reinserimento con accompagnamento finanziario.
Esiste poi un lavoro di linguaggio. Dire «protezione» quando si intende «controllo» crea ambiguità morale. L’amore, in economia, non è sostituzione della responsabilità. È abilitazione dell’autonomia. Un rapporto paritario non teme la doppia firma, non teme la trasparenza, non teme la competenza dell’altro. Al contrario, la desidera: perché due teste che sanno contare e decidere meglio di una sono un vantaggio competitivo.
Servono anche indicatori per accorgersi del paternalismo quando si presenta in abiti eleganti. Tre domande aiutano: posso accedere alle mie credenziali e ai miei documenti senza chiedere? Posso sostenere spese fino a una certa soglia senza doverle giustificare? Ho preso decisioni economiche rilevanti nell’ultimo anno, in autonomia o in codecisione? Se la risposta è no, non siamo di fronte a cura: siamo in una relazione asimmetrica. Rendere visibili questi segnali, nelle famiglie come nelle aziende, accelera il cambiamento e riduce il costo opportunità pagato da tutti.
Un ultimo passaggio riguarda l’istruzione. Nelle scuole e nelle università potremmo introdurre moduli che combinano educazione finanziaria, economia del lavoro e psicologia delle decisioni. Capire come si formula un bilancio personale, come funziona un tasso, come si discute una proposta retributiva, come si gestisce un conflitto negoziale non è tecnicismo: è emancipazione. E nelle aziende, affiancare mentoring tra pari e reti femminili trasversali ai reparti consente di moltiplicare esempi positivi e di rompere la solitudine che spesso accompagna le scelte coraggiose. Le politiche fanno cornici, ma sono i comportamenti quotidiani a riempirle di contenuto.
In sintesi: il sessismo benevolo costa. Costa in vite meno libere e in economie meno brillanti. Smontarlo richiede lucidità e routine: doppie firme dove serve, conti separati più un conto comune, trasparenza sulle informazioni, formazione continua, incentivi paritari, linguaggi precisi. È un’agenda concreta, non un manifesto. È un programma di competitività nazionale che parte dalle case, passa per gli uffici, arriva nelle aule parlamentari. E conviene a tutti.
E c’è un aspetto finale, spesso sottovalutato: la reversibilità. Le scelte che concentrano potere decisionale sono facili da adottare, difficili da disfare — una separazione, una crisi, una perdita di reddito. Prevenire queste asimmetrie non è sfiducia: è manutenzione della libertà. Una forma di prudenza che rende i legami più solidi proprio perché meno dipendenti.

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