L’evoluzione della politica estera turca procede rapida, lontano dai riflettori
Turchia sempre più forte. I tre pilastri dell’avanzata
Mentre l’Europa resta assorbita dall’ansia per l’invasione russa dell’Ucraina e dall’ipotesi, fino a poco tempo fa impensabile, di una Groenlandia contesa dagli Stati Uniti, l’evoluzione della politica estera turca procede rapida, spesso lontano dai riflettori. Dal Caucaso al Medio Oriente, fino all’Africa, il vuoto lasciato da Washington ha creato uno spazio che Ankara ha occupato con metodo, trasformandolo in influenza.
La Turchia si propone come mediatrice nei conflitti regionali, dalla Siria alla Libia a Gaza, fino al Corno d’Africa, ma è il rafforzamento della sua impronta militare a segnare il cambio di passo. Un cambiamento che oggi si estende anche al conflitto ucraino, dove Ankara valuta l’invio di truppe in una missione di peacekeeping. È un segnale chiaro: la Turchia non si limita più a essere una potenza regionale, ma aspira a un ruolo da attore globale.
L’espansione dell’influenza turca poggia su tre pilastri. Il primo si è manifestato durante la guerra dei 44 giorni nel Nagorno-Karabakh, quando l’impiego dei droni da combattimento Bayraktar TB2, forniti da Ankara all’Azerbaigian, ha ribaltato gli equilibri sul campo, annientando in pochi giorni le forze corazzate armene. È stato un banco di prova tecnologico e politico, osservato con attenzione ben oltre il Caucaso. Non è un caso: il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ama ripetere che durante le sue visite di Stato la prima richiesta che riceve è la fornitura di droni.
Il secondo pilastro collega Medio Oriente, Africa e Asia centrale: il sostegno turco alle forze del nuovo presidente siriano al-Sharra, che in meno di due settimane hanno portato al collasso il regime di Bashar al-Assad. La transizione di potere siriana, cruciale per gli equilibri della regione, ha consacrato Ankara come eminenza grigia dei processi di sicurezza regionali; non a caso il nuovo esercito siriano avrà armi e addestratori turchi. Il terzo pilastro è legato al sostegno a Libia e Somalia, due snodi cruciali per il controllo strategico dei porti africani sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, non solo per le rotte commerciali ma anche per quelle migratorie.
La presenza della Turchia nel conflitto libico è in piena trasformazione e offre una chiave di lettura di come Ankara potrà operare anche in altre aree dell’Africa: il sostegno militare agli alleati, spesso esercitato tramite compagnie militari private come SADAT, si intreccia con la costruzione di infrastrutture, la promozione del commercio e un’attiva diplomazia regionale. È una strategia a più livelli, in cui forza, affari e influenza politica si fondono in un’unica manovra coerente e a lungo termine. Ankara non si limita più a influenzare il campo di battaglia: plasma accordi energetici, assicura contratti infrastrutturali e incide direttamente sulle dinamiche di governo locale. La Libia è diventata così una piattaforma per le ambizioni turche nel Mediterraneo orientale e in Africa, mettendo l’Europa di fronte a scelte sempre più scomode: Ankara oggi dispone di leve decisive su migrazione, energia e forniture militari.
Se l’Europa, ad eccezione di Cipro e Grecia, continua a guardare quasi esclusivamente a est, verso l’Ucraina, Russia, Cina e Israele osservano con crescente apprensione la politica di Erdoğan. Un tempo giudicata contraddittoria, oggi, alla luce dell’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, la linea politica di Ankara appare perfettamente coerente con un ritorno del «potere nudo», privo di maschere ideologiche, sempre più vicino alla logica brutale e imperiale che governava le grandi potenze dell’Ottocento.
Pur disponendo del secondo esercito più grande della NATO e in attesa di ricevere i caccia di ultima generazione americani F-35, la cooperazione militare di Ankara con Mosca, incluso l’acquisto dei sistemi di difesa aerea S-400, rende le sue scelte un rompicapo per alleati e rivali.
Per Mosca, la caduta di Assad ha significato la perdita di un nodo logistico essenziale per le operazioni in Africa. La Russia, un tempo protagonista nel Mar Nero, si ritrova ora a dipendere dall’assenso turco per mantenere il proprio hub logistico in Siria. Invece, la risposta di Pechino ad Ankara è un bilanciamento dell’attivismo turco con offerte di cooperazione economica. Pechino investe in Turchia nella cooperazione sulla transizione energetica, nella produzione di veicoli elettrici e nell’immobiliare. La cautela cinese è comprensibile. L’espansione turca in Asia centrale, dal Turkmenistan all’Uzbekistan, tocca aree in cui Ankara vanta legami storici e culturali profondi e si intreccia con la sensibilità di Pechino sulla minoranza uigura nella regione autonoma dello Xinjiang.
Un tempo guardata con scetticismo, la visione neo-ottomana di Erdoğan non cerca più legittimazione a Washington, Mosca o Pechino. L’Europa, ancora frastornata, fatica a ritrovare una bussola e Ankara, al contrario, avanza tracciando una rotta autonoma.

Turchia sempre più forte
I tre pilastri dell’avanzata
di Alessandro Arduino
Mentre l’Europa resta assorbita dall’ansia per l’invasione russa dell’Ucraina e dall’ipotesi, fino a poco tempo fa impensabile, di una ...