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Camilla Consonni

01 Dicembre 2025, 17:24

Difesa, i conflitti spingono i ricavi dei primi 100 produttori mondiali. Nel ‘24 crescono del 6% a 679 mld

La Russia accelera grazie al riarmo (+23%), la Cina cede il 10%. Usa e Ue soffrono la dipendenza dai minerali di Mosca e Pechino

Difesa, i conflitti spingono i ricavi dei primi 100 produttori mondiali (+6%). Nel ‘24 hanno guadagnato 679 mld

Aereo da combattimento cacciabombardiere

Il mercato globale della difesa tocca l’ennesimo record: nel 2024 nelle mani dei 100 maggiori produttori mondiali si sono concentrati 679 miliardi di dollari. «Hanno capitalizzato sulla forte domanda», spiega Lorenzo Scarazzato del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute). Una domanda accesa soprattutto dall’Europa, dove la guerra in Ucraina e la pressione strategica russa hanno trasformato la spesa militare in priorità politica per l’intera Unione. E non si tratta più solo di rimpiazzare gli arsenali svuotati dagli aiuti a Kiev: molti governi stanno riscrivendo dal basso le proprie dottrine di difesa, preparandosi alla possibilità di un conflitto che, all’orizzonte, pare sempre più nitido.

Gli Stati Uniti restano il cuore industriale del riarmo, con 39 aziende nella top 100 e 334 miliardi di dollari, ma crescono poco (+3,8%). Perché se a dominare sono Lockheed Martin, Rtx e Northrop Grumman, la potenza americana mostra crepe sempre più visibili, con i programmi chiave — dall’F-35 ai sottomarini nucleari classe Columbia — che accumulano ritardi e extracosti. 

In Europa, le 26 società presenti in classifica hanno messo a segno un balzo del 13%, raggiungendo i 151 miliardi di dollari. Il caso più eclatante è Czechoslovak Group, che ha visto i propri ricavi lievitare del 193% grazie alla Czech Ammunition Initiative, protagonista del rifornimento di proiettili d'artiglieria per Kiev. Ma l’intero comparto lavora sotto stress, complice una dipendenza da Cina e Russia per materie prime fondamentali: le francesi Airbus e Safran hanno dovuto ricostruire in fretta le catene di approvvigionamento dopo lo stop al titanio russo, mentre Thales e la tedesca Rheinmetall continuano a pagare gli effetti delle restrizioni cinesi su gallio e germanio, materiali cruciali per sensori e elettronica avanzata.

La Russia, isolata, tiene in graduatoria solo Rostec e United Shipbuilding Corporation, ma le due società segnano comunque +23%, per un totale di 31,2 miliardi di dollari. Una crescita alimentata quasi esclusivamente dalle esigenze belliche interne, anche se – tra sanzioni, tecnologia difficile da importare e carenza di manodopera qualificata – la tenuta della macchina militare russa appare ogni anno più complessa.

In Asia il fronte è diviso. I ricavi dei 23 maggiori gruppi calano dell’1,2% a 130 miliardi, zavorrati dai colossi cinesi coinvolti in scandali di corruzione e nel conseguente blocco delle commesse pubbliche. La Cina, infatti, cede il 10% dei ricavi. Ma il trend è opposto per Giappone – il Paese che cresce di più tra ‘23 e ‘24, con un +40% – e Corea del Sud (terzo, +31%), sostenuti dalla domanda europea e dal riarmo di diversi Paesi del Sud-Est asiatico.

Il Medio Oriente, dal canto suo, registra tragicamente la sua presenza più ampia di sempre, con nove aziende in classifica. Le tre società israeliane presenti coprono oltre metà dei 16,2 miliardi regionali complessivi (+16% di ricavi nel ‘24). E, nonostante le pressioni internazionali sulla guerra a Gaza, la domanda globale per i sistemi d’arma israeliani continua a crescere, segno che i conflitti apertamente in corso non frenano — anzi alimentano — l’interesse per tecnologie nate e testate sul campo di battaglia.

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