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Alessandro Aresu

18 Dicembre 2025, 18:23

Chip, l’illusione occidentale
del contenimento tecnologico
e la forza della pazienza cinese

Xi Jinping

La notizia del prototipo Euv costruito in segreto a Shenzhen non è semplicemente l’ennesimo capitolo della “guerra dei chip”. È qualcosa di più disturbante per le certezze occidentali: la dimostrazione che il paradigma del contenimento tecnologico ha limiti strutturali, soprattutto quando viene applicato a una potenza industriale continentale come la Cina. Non siamo di fronte a una replica di Asml, né a una vittoria di Pechino. Ma il messaggio è chiaro: il tempo non gioca più solo a favore di chi possiede oggi le tecnologie di frontiera.

Per anni la litografia Euv è stata raccontata come l’ultimo bastione imprendibile dell’Occidente. Una tecnologia talmente complessa, costosa e iperspecializzata da rendere illusoria qualsiasi rincorsa. Un’eccezione nella storia industriale, dominata da un singolo campione europeo, Asml, e protetta da un ecosistema di fornitori – Zeiss in testa – difficilmente replicabile. Da qui l’idea che bastasse bloccare l’export per congelare lo status quo. L’inchiesta di Reuters incrina questa narrazione: non perché la Cina abbia già vinto, ma perché dimostra di aver trovato un sentiero.

Il punto centrale non è la macchina, ancora “grezza” e lontana dalla produzione industriale, ma il processo politico e industriale che la rende possibile. La Cina non sta improvvisando. Ha deciso, da almeno sei anni, che la dipendenza tecnologica sui semiconduttori è una vulnerabilità esistenziale. E ha costruito una risposta coerente: coordinamento politico ad altissimo livello, mobilitazione di capitale umano, uso sistematico del reverse engineering, sfruttamento delle zone grigie del mercato globale dei componenti. Non è un colpo di genio, ma una strategia di lungo periodo.

In questo senso, il paragone con il Manhattan Project è più retorico che sostanziale, ma coglie un elemento reale: la trasformazione di una tecnologia industriale in una priorità di sicurezza nazionale. Quando ciò accade, i vincoli di costo, di efficienza e perfino di legalità vengono ridefiniti. Il tempo diventa una variabile politica. E la pazienza, una risorsa strategica. ASML ha impiegato vent’anni per arrivare all’Euv commerciale; la Cina non ha bisogno di farlo in cinque, ma solo di dimostrare che l’obiettivo non è irraggiungibile.

C’è poi un altro aspetto che l’Occidente tende a sottovalutare: le restrizioni accelerano l’apprendimento forzato. L’embargo non ha fermato Pechino, l’ha obbligata a investire in competenze profonde, spingendo l’intero sistema industriale a internalizzare conoscenze che prima erano delegate al mercato globale. In questo senso, il costo economico delle sanzioni viene compensato da un guadagno strategico di lungo periodo. Il reclutamento di ex ingegneri ASML, le identità fittizie, i laboratori compartimentati non sono solo dettagli da spy story: sono il segnale di una transizione dalla dipendenza all’imitazione, e dall’imitazione all’adattamento. È la stessa traiettoria seguita in altri settori strategici cinesi, dall’aerospazio alle telecomunicazioni.

Questo non significa che la supremazia occidentale sia finita. Le difficoltà sui sistemi ottici restano enormi, e Zeiss rappresenta ancora un collo di bottiglia quasi invalicabile. Ma la vera domanda non è se la Cina riuscirà a eguagliare ASML nel breve termine. È se il modello di controllo selettivo delle tecnologie critiche sia sostenibile nel medio-lungo periodo. Ogni anno che passa, il differenziale si riduce, non perché l’Occidente arretri, ma perché l’inseguitore impara.

Il caso Euv suggerisce una lezione più ampia: nella competizione tecnologica globale non esistono tecnologie “definitivamente negate”. Esistono solo tecnologie temporaneamente inaccessibili. E quando il contesto geopolitico trasforma l’accesso in una questione di sovranità, la probabilità che qualcuno provi a ricostruirle da zero tende a uno. La Cina non sta ancora producendo chip Euv. Ma ha già prodotto qualcosa di forse più importante: la prova che l’ordine tecnologico può essere sfidato dall’interno, con metodo, tempo e potere politico.

È questo, più della macchina di Shenzhen, il vero segnale che dovrebbe far riflettere Washington e Bruxelles. Non siamo più nella fase del monopolio tranquillo, ma in quella dell’erosione lenta. E in queste fasi, la storia insegna che le sorprese arrivano sempre prima di quanto ci si aspetti.

A rendere la partita ancora più complessa è il fatto che l’Europa, pur ospitando l’unico campione globale dell’Euv, resta politicamente marginale nella definizione della strategia. Asml è europea, ma le scelte che ne condizionano il mercato sono largamente dettate da Washington. Questo scollamento tra potenza industriale e sovranità strategica è forse il vero tallone d’Achille occidentale. Perché mentre la Cina allinea Stato, industria e ricerca in un’unica traiettoria, l’Occidente continua a delegare la geopolitica della tecnologia a regimi di controllo, più difensivi che progettuali. In un mondo di competizione sistemica, potrebbe non bastare più.

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