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Camilla Consonni

05 Gennaio 2026, 19:03

Dopo il Venezuela, Trump minaccia Iran, Colombia e Groenlandia. L’Onu è «preoccupata»

Maduro in Tribunale a New York ma il tycoon non si placa: possibile accordo con Israele contro l’Iran. All’Onu, la Russia parla di «neocolonialismo» e «imperialismo», mentre Guterres esprime preoccupazione per il mancato rispetto del diritto internazionale. Ma gli Usa (che hanno il veto) insistono: «Non è occupazione»

Dopo il Venezuela, Trump minaccia Iran, Colombia e Groenlandia. L’Onu è «preoccupata»

Il presidente Donald J Trump ritorna alla Casa Bianca a Washington (© Ansa)

La Groenlandia? «Circondata da navi cinesi e russe. Ci serve assolutamente per la difesa». La Colombia? «Malata e governata da un uomo che produce cocaina». Cuba? «Pronta a cadere da sola». L'Iran? «Non deve scherzare con Trump». Dopo l'attacco diretto contro il Venezuela, Donald non si ferma. E la lista di chi, secondo lui, si deve guardare le spalle si allunga sempre di più.

Groenlandia, Colombia, Cuba: Trump contro tutti

Il tycoon non si accontenta, e minaccia di espandere la nuova ‘Dottrina Donroe’ ben oltre i confini del continente sudamericano. Prima è toccato alla Groenlandia. Trump ha ribadito la sua importanza strategica per gli Stati Uniti, non come proposta ma come necessità. La risposta di Copenaghen è stata immediata e severa: la premier danese Mette Frederiksen ha parlato di «minacce inaccettabili», ricordando che «gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di annettere territori sotto sovranità danese». L’Unione Europea ha sostenuto compatta la Danimarca, con la Francia a ribadire che «i confini non si cambiano con la forza». Netta anche la posizione del premier britannico Keir Starmer: «Solo Groenlandia e Danimarca possono decidere il futuro di quel territorio».

Poi è toccato alla Colombia. Gustavo Petro, presidente ed ex guerrigliero dell’M-19, è stato liquidato da Trump come «un uomo malato a cui piace produrre cocaina» in fabbriche dedicate. «Operazione Colombia suona bene», ha aggiunto minacciosamente il presidente americano. Petro ha replicato parlando di accuse «false», arrivando a dichiararsi pronto a «riprendere le armi per difendere la patria».

E Cuba? L’Avana, alleata di lunga data di Caracas, ha denunciato 32 civili uccisi nei bombardamenti americani nella capitale. Ma per Trump il dossier è già chiuso: senza i flussi finanziari di Caracas e senza petrolio a prezzi stracciati, l’isola — dice — «è pronta a cadere da sola».

Iran nel mirino: l’accordo con Netanyahu e il tweet in farsi

Ma lo sguardo di Washington non si è concentrato solo sull’Occidente: mentre da dieci giorni le proteste scuotono oltre 174 città e villaggi, l’Iran sembrerebbe essere entrata a pieno titolo nell’agenda americana per il 2026. Secondo il quotidiano libanese al-Akhbar, vicino a Hezbollah, Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbero raggiunto un’intesa durante l’incontro del 29 dicembre a Mar-a-Lago: colpire il paese qualora Teheran non interrompa il suo programma nucleare e il sostegno ai gruppi alleati nella regione.

A ribadire la fermezza della posizione americana, sabato l’account in lingua persiana del Dipartimento di Stato ha pubblicato una foto di Trump accompagnata da una scritta rossa in farsi: «Non scherzate con il presidente». Accanto a lui, il segretario di Stato Marco Rubio. Il messaggio è chiaro ma viene esplicitato dalla descrizione: «Trump è un uomo d’azione. Se non lo sapevate, ora lo sapete». 

Nel frattempo, l’Arabia Saudita starebbe tentando una mediazione per evitare un’escalation, preoccupata che un conflitto diretto possa destabilizzare l’intera area del Golfo. Ma, secondo varie fonti internazionali, l’ayatollah Ali Khamenei sarebbe già pronto a rifugiarsi in Russia se la situazione dovesse precipitare.

L’Onu discute ma Trump ha il veto

Mentre ieri Nicolás Maduro — prelevato dalle forze speciali statunitensi tra il 2 e il 3 gennaio nella sua abitazione di Caracas — compariva davanti al tribunale di New York con accuse di traffico di droga, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu valutava la legittimità dell’operazione. Il segretario generale António Guterres ha espresso «profonda preoccupazione» per il mancato rispetto del diritto internazionale, sottolineando l’impatto sulla stabilità regionale e invitando tutte le parti a un dialogo inclusivo e democratico. 

Gli Stati Uniti, tramite il rappresentante Mike Waltz, hanno respinto le accuse: «Non c’è alcuna guerra contro il Venezuela o il suo popolo. Non stiamo occupando un Paese. Questa è stata un’operazione di polizia in esecuzione di accuse legittime che esistono da decenni». Waltz ha ricordato che Maduro e collaboratori hanno facilitato il traffico di droga verso gli Usa e collaborato con Hezbollah e funzionari iraniani, trasformando il Paese in base operativa per gli «avversari» degli Usa. «Non si possono avere le più grandi riserve energetiche del mondo sotto il controllo di leader illegittimi senza benefici per il popolo venezuelano». 

Critiche sono arrivate anche dalla Russia: l’ambasciatore all’Onu Vassily Nebenzia ha definito i crimini Usa «cinici», denunciando l’aggressione armata e chiedendo il rilascio immediato di Maduro e sua moglie. Gli Usa, infatti, non avrebbero «nemmeno tentato di nascondere i veri obiettivi dell’operazione criminale, vale a dire l'istituzione di un controllo sfrenato sulle risorse naturali del Venezuela e l'affermazione delle proprie ambizioni egemoniche in America Latina. In questo modo, Washington sta generando nuovo slancio per il neocolonialismo e per l'imperialismo». 

Anche Pechino - che ha definito le azioni Usa come «unilaterali, illegali e prepotenti» ha condannato l’attacco statunitense. Ma le proteste internazionali rischiano di rimanere lettera morta. Il veto americano, infatti, trasforma il dibattito in teatro: come membro permanente, Washington può bloccare qualsiasi risoluzione di condanna, rendendo impossibili conseguenze concrete.

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