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Camilla Consonni

08 Gennaio 2026, 16:23

Iran, tra proteste e minacce il blitz Usa si fa più probabile

Iran, tra proteste e minacce il blitz Usa si fa più probabile

Il generale iraniano Amir Hatami (ANSA/EPA)

Donald Trump sorride, stringe in mano il suo tipico cappellino e gioca con uno slogan che è insieme ironia e sfida: «Make Iran Great Again». Ma non è solo folklore Maga. La fotografia – condivisa sui social pochi giorni fa – arriva infatti in un momento di altissima tensione nei rapporti tra Washington e Teheran. Sullo sfondo c’è una rivolta che in Iran va avanti da quasi due settimane. Nata dal disagio economico, si è rapidamente trasformata in qualcosa di più difficile da arginare: spari sui manifestanti nell’ospedale di Ilam, uso massiccio di gas lacrimogeni, almeno 36 civili uccisi.

Ed è proprio questa la miccia che rischia – almeno sul piano formale – di dar luogo a un’escalation nei rapporti con Washington. Già una settimana fa, quando gli scontri avevano iniziato a farsi più violenti, la Casa Bianca aveva avvertito: «Interverremo se il regime userà la violenza contro le proteste». Non un ultimatum, non ancora, ma una linea rossa tracciata pubblicamente. La risposta di Teheran era stata immediata: quella degli Stati Uniti è una vera e propria guerra psicologica. «Se ci saranno interferenze, attaccheremo i soldati americani nell’area», avevano aggiunto le autorità iraniane.

Da quel momento i toni si sono fatti rapidamente più duri, con segnali che spostano il confronto dal piano verbale a quello strategico. Secondo indiscrezioni pubblicate pochi giorni fa dal quotidiano libanese al-Akhbar, vicino a Hezbollah, e riprese dal britannico The Economist, Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbero raggiunto un’intesa durante l’incontro del 29 dicembre a Mar-a-Lago: colpire il Paese qualora Teheran non interrompesse il programma nucleare e il sostegno ai gruppi alleati nella regione. 

Ancora una volta, la replica iraniana non si è fatta attendere, con il maggiore generale Amir Hatami, capo delle forze armate, che ha alzato il livello dello scontro: «l’Iran è pronto ad azioni preventive», in presenza di una minaccia percepita o di un segnale di allarme. Un lessico da dottrina militare, non da diplomazia, che certifica quanto il livello di fiducia reciproca sia ormai prossimo allo zero. A conferma, arrivando a Beirut per una serie di colloqui con i leader libanesi, proprio ieri il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha rincarato la dose: «Non cerchiamo la guerra, ma siamo pronti alla guerra. E siamo anche pronti ai negoziati, basati su interessi e rispetto reciproci. Quando gli americani accetteranno che il negoziato è diverso dall’imposizione, allora potranno iniziare trattative serie». Dall’altra parte dell’Atlantico, però, la prospettiva di una mobilitazione imminente si fa sempre più concreta. 

Prima si muovono i numeri, poi gli aerei. Nella notte Trump ha annunciato un aumento del 50% della spesa per la difesa, che nel 2027 dovrebbe arrivare a 1,5 trilioni di dollari: benzina politica su ogni ipotesi di intervento contro Teheran. E mentre l’Australia consiglia ai propri cittadini di lasciare il territorio iraniano e la Russia fa uscire i propri diplomatici da Israele con voli di stato, nei cieli il quadro sta già cambiando. I lockhead C-5 Galaxy e C-17 Globemaster sarebbero in movimento da una base americana in Uk verso il Medio Oriente, mentre bombardieri stealth B-2 sembrerebbero pattugliare l'area tra l’Oceano Indiano e Iran. A terra, le "aquile urlanti" della 101ª aviotrasportata e della Delta Force – la cui presenza è stata segnalata lungo il confine con l’Iraq – sarebbero pronte a colpire la catena di comando del regime e, simbolicamente, a "dare la caccia" all’ayatollah Ali Khamenei. Nelle stesse ore, indiscrezioni internazionali raccontano di una Guida Suprema che avrebbe già predisposto, in caso di escalation, un piano di fuga verso la Russia con una ristretta cerchia di fedelissimi.

Dentro questo gioco di posizionamenti entra inevitabilmente anche Mosca. Un attore in grado di pesare sulle decisioni altrui, anche quando sceglie di muoversi in modo discreto. La Russia osserva con attenzione, mantiene canali aperti con Teheran, dialoga con Israele e valuta ogni mossa, consapevole che un’escalation in Medio Oriente avrebbe ripercussioni ben oltre i confini regionali. E se oggi il Cremlino non ha interesse a essere trascinato in un conflitto diretto, non punta nemmeno a perdere ulteriore influenza sugli snodi strategici dell’area.

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