La strategia
La Casa Bianca vuole il petrolio a 50 dollari
anche a costo di colpire “l’amico” Putin
Fabbrica in Germania (Getty Images)
Per un presidente in luna di miele permanente con la grandi compagnie petrolifere, mettere le mani sulle più grandi riserve di greggio al mondo, vale molto di più dei buoni rapporti che ha fin qui dimostrato di avere con Vladimir Putin e la Russia. I giacimenti venezuelani – con 300 miliardi di barili ancora estrarre dal sottosuolo – non valgono solo per i fondamentali economici, che pure contano - e non poco quando - si parla di combustibili fossili. Prendendo la gestione delle risorse del Paese caraibico, Trump vuole mandare anche una serie di messaggi politici, il più importante dei quali si rifà alla dottrina Monroe, dal nome del presidente che ne è stato l’ideatore agli inizio dell’Ottocento: le Americhe devono tornare a essere “il cortile di casa degli Stati Uniti”. E nessun altra potenza straniera può esercitarvi un ruolo se non autorizzato da Washington.
Con il blitz che ha portato alla cattura dell’ormai ex presidente Nicolas Maduro, doppiato due giorni dopo dall’abbordaggio e sequestro di due petroliere russe, Trump e il segretario di Stato Marco Rubio hanno scoperto le loro carte. Il controllo dei giacimenti non è soltanto un favore alle grandi compagnie petrolifere Usa che potranno recuperare i crediti che Caracas non aveva mai onorato, dopo la nazionalizzazione delle sue risorse. Anzi: non sarà facile convincere Big Oil a investire miliardi di dollari per rimettere in sesto le disastrate infrastrutture della società di stato Pdvsa. Al punto che le stesse compagnie hanno fatto filtrare al Financial Times tutte le perplessità del loro coinvolgimento, poco prima dell’incontro che si terrà oggi alla Casa Bianca per pianificare l’intervento.
Allo stesso modo, i manager delle grandi compagnie non avranno fatto i salti di gioia nel leggere quanto riportato dal Wall Street Journal: il controllo delle risorse venezuelane servirà per portare il prezzo del greggio a livello globale fino ai 50 dollari. E’ vero che servirà tempo, da 3 a 5 anni, prima che la produzione torni ai livelli degli anni d’oro del petrolio venezuelano. Ma in questo modo, gli Stati Uniti mandano il messaggio all’Opec+, il cartello dei grandi produttori guidato da Arabia Saudita e Russia: d’ora in avanti anche noi siamo in grado di indirizzare il prezzo.
Cosa che aveva iniziato a fare la Cina, sia riempiendo i depositi di greggio lungo la costa, acquistandone grandi quantità, sia andando a prendersi la materia prima in giro per il mondo. Anche nel “cortile di casa” di Washington. E’ vero che l’export del Venezuela copre solo il 2 per cento del fabbisogno di Pechino ma il segnale – sottolineato dal sequestro delle due petroliere russe – è molto chiaro: useremo tutti i mezzi per contrastare commercialmente e limitare politicamente i nostri principali avversari. E raggiungere il suo obiettivo principale: il controllo dell’emisfero occidentale.
Ha colpito gli analisti il fatto che Trump abbia scelto proprio le petroliere russe per mandare il suo messaggio. Ma c’è una doppia risposta. Essendo la Russia un paese colpito da embargo, gli Stati Uniti si sono dati una parvenza di legalità. E poi colpire direttamente Pechino sarebbe stato troppo. Inoltre, Trump ha voluto sottolineare che è determinato a seguire la sua personale versione della dottrina Monroe, senza guardare in faccia nessuno, nemmeno il suo “amico” Putin. Gli interessi in gioco sono molto più importanti e Trump guarda all’Europa solo per i suoi obiettivi di supremazia economica: le materie prime della Groenlandia da un lato e la vendita di tecnologia militare e gas naturale ai Paesi Ue dall’altra. Il conflitto in Ucraina, visto da Washington, appare sempre di più un incidente fastidioso.

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