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09 Gennaio 2026, 16:22

Glencore e Rio Tinto, fusione da 260 miliardi

Una trattativa a cui deve guardare con attenzione tutto il mondo delle imprese manifatturiere. E chi opera nella transizione, sia energetica sia digitale. La possibile maxi-fusione tra le multinazionali Glencore e Rio Tinto riaccende il risiko globale delle materie prime e apre scenari rilevanti per l’industria manifatturiera, alle prese con la crescente scarsità di metalli strategici. La conferma di colloqui preliminari per un’aggregazione che potrebbe dar vita al primo gruppo minerario mondiale ha spinto Glencore ai vertici della Borsa di Londra, mentre Rio Tinto ha registrato prese di profitto, segnale delle incertezze legate alla struttura e al prezzo dell’operazione.

Ai valori di mercato di inizio gennaio, la combinazione porterebbe a un colosso da circa 260 miliardi di dollari di valore d’impresa, in una fase in cui la “corsa al rame” sta ridisegnando le catene di fornitura globali. Il metallo rosso, fondamentale per elettrificazione, reti e veicoli elettrici, ha toccato nuovi massimi storici sopra i 13.300 dollari a tonnellata. Mentre gli analisti stimano un possibile deficit fino a 10 milioni di tonnellate entro il 2040. Per le imprese industriali europee e globali – dall’automotive all’elettrotecnica, dall’energia alle infrastrutture – il consolidamento del settore minerario è destinato a incidere su prezzi, contratti di fornitura e strategie di approvvigionamento.

Glencore, sesto produttore mondiale di rame, punta a raddoppiare la produzione entro il 2035 grazie a nuovi progetti come El Pachon in Argentina, con l’obiettivo di diventare il primo player globale. Rio Tinto, dal canto suo, è impegnata a rafforzare l’esposizione alle materie prime “del futuro”, dal rame al litio, in un contesto di crescente competizione per l’accesso a risorse localizzate in poche aree del mondo. Una fusione consentirebbe sinergie operative, maggiore potere negoziale e una pipeline più solida, ma rischierebbe anche di accentuare la concentrazione dell’offerta, con potenziali effetti sui costi per i clienti industriali.

Gli analisti restano divisi. Secondo Jefferies, esiste un percorso di creazione di valore per entrambe le società, soprattutto se Glencore separerà le attività nel carbone, riducendo l’esposizione a business meno allineati agli obiettivi di decarbonizzazione. Più cauti Macquarie e Platypus Asset Management, che sottolineano la complessità industriale e gestionale di una fusione di tali dimensioni.

Cosa potrebbe far fallire la trattativa? Sui mercati finanziari aleggia anche l’ipotesi di un intervento di BHP, che potrebbe rimescolare le carte e alimentare ulteriormente la competizione per il rame. Inoltre, uno principali azionisti di Glencore – citato dal Financial Times - ha affermato che le due aziende "sono percepite, a torto o a ragione, come culturalmente molto diverse". E questo potrebbe emergere durante le trattative. Potrebbe anche inserirsi il classico terzo incomodo:  gli analisti concordano sul fatto che uno dei principali concorrenti, il gruppo BHP, seguirà con attenzione i negoziati per la fusione tra Glencore e Rio Tinto per valutare le sue opzioni. Queste potrebbero includere la presentazione di un'offerta per Glencore. O trovare a sua volta una possibile preda.

Per le imprese manifatturiere il messaggio è chiaro: la disponibilità di materie prime critiche diventa sempre più una variabile strategica da gestire con contratti di lungo periodo, diversificazione delle fonti e, in prospettiva, investimenti nel riciclo e nell’economia circolare. Il risiko minerario non è solo una partita finanziari ma un fattore chiave della competitività industriale nei prossimi decenni.

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