Energia
Barile a 50 dollari e mega investimenti. La strategia Trump non piace a Big oil
L'obiettivo del presidente potrebbe mettere in crisi le società che producono carburanti
Operaio in un deposito di barili di petrolio (ARCHIVIO - MAST IRHAM ANSA - CD)
Sono stati i suoi grandi alleati nelle campagne elettorali che lo hanno portato per due volte alla Casa Bianca ma ora le strade del presidente Donald Trump e delle grandi compagnie petrolifere statunitensi potrebbero non correre più parallelamente. Il blitz che ha portato al cambio di regime in Venezuela e l’intenzione della Casa Bianca di “gestire” il greggio di Caracas per Big Oil potrebbero essere più un problema che un vantaggio. A cui si deve aggiungere il nuovo obiettivo in campo energetico appena sbandierato dall’ex tycoon che vorrebbe spingere le quotazioni del greggio al ribasso, fino alla soglia ideale dei 50 dollari al barile.
Una strategia che, inevitabilmente, collide con gli interessi economici di Big Oil, per almeno due motivi principali. Il primo: a quel livello di prezzi, le compagnie non possono garantire ricchi profitti ai propri azionisti a meno. Ancora peggio andrebbe alle società che lavorano nel settore dello shale oil, il greggio estratto dagli strati rocciosi, perché sotto i 60-70 dollari sarebbero costrette a sospendere le attività se non a dichiarare fallimento.
Il secondo motivo riguarda la mole di investimenti necessari a rimettere in sesto le infrastrutture petrolifere del Venezuela, da una decina di anni in declino per la cattiva gestione della società statale Pdvsa e per l’embargo sul petrolio venezuelano da parte degli Stati Uniti. E chi mette gli oltre 100 miliardi di dollari di cui ha parlato la Casa Bianca per rimettere in moto gli impianti di estrazione?
Sono tutti questi i motivi al centro degli incontri che negli ultimi giorni si sono tenuti tra l’amministrazione Trump e i vertici delle compagnie, non ultimo il summit avvenuto ieri direttamente alla Casa Bianca. Trump i suoi collaboratori dovranno convincere Big Oil ad anticipare parte delle risorse, garantendo che il greggio venezuelano estratto pagherà il conto negli anni a venire.
Per rimettere in piedi un’industria petrolifera venezuelana logorata da oltre trent’anni di mancati investimenti servirebbero risorse enormi. Secondo varie stime, occorrerebbero almeno 100 miliardi di dollari per raddoppiare l’attuale produzione, ferma sotto il milione di barili al giorno. Nonostante Caracas detenga le maggiori riserve mondiali di greggio, pari ad oltre 300 miliardi di barili secondo i dati dell’Opec.
Ma non è detto che bastino. Un’ulteriore analisi della società specializzata Hart Energy alza però il conto a 180–200 miliardi per una modernizzazione completa, necessaria a tornare al picco di 3,4 milioni di barili giornalieri del 1998. Numeri difficili da conciliare con le tempistiche evocate dalla Casa Bianca, che parla di un’operatività piena entro due anni.

La produzione negli Usa potrebbe calare nel 2026 a 100mila barili al giorno, per la prima volta dal 2019. L’incognita della reazione dei produttori Opec+ di cui fa parte la Russia
Sul mercato incombono poi i piani della Casa Bianca per usare il petrolio venezuelano come leva per spingere i prezzi verso i 50 dollari al barile. Un obiettivo che si scontra con gli interessi di Russia, Cina e dei Paesi Opec+, ma anche delle stesse major Usa, poco incentivate a investire in un contesto di prezzi bassi e di offerta globale già eccedente la domanda. Secondo Fitch Ratings, gli incentivi a puntare sul Venezuela restano limitati e il settore continuerà a privilegiare riduzione dei costi e consolidamento, l’esatto opposto della strategia auspicata da Trump. Ma i problemi nell'industria petrolifera del Texas stanno aumentando, poiché il petrolio più economico costringe i produttori a mettere in disuso gli impianti necessari per mantenere alta la produzione. Gli Stati Uniti sono il maggiore produttore al mondo, ma la loro fondamentale produzione di scisto richiede trivellazioni continue per continuare a crescere. La scorsa settimana, il numero di piattaforme petrolifere statunitensi operative era di sole 412, in calo del 15% rispetto all'anno precedente. L'Energy Information Administration prevede che la produzione record degli Stati Uniti diminuirà di circa 100 mila barili al giorno nel 2026, a causa del ritiro delle trivellazioni: si tratterà del primo calo annuale dalla pandemia di Covid-19. Solo i più grandi gruppi energetici, come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips, hanno accesso alle decine di miliardi di dollari di capitale. Per i piccoli operatori statunitensi, una rivitalizzazione dell'industria venezuelana (se Trump riuscirà a realizzarla) significherà un peggioramento della sovrabbondanza del mercato.
Ma tutto fa pensare che il presidente Trump sia disponibile a sacrificare i piccoli gruppo indipendenti dello shale oil, pur di raggiungere il suo obiettivo del petrolio a 50 dollari. Che significa un prezzo più basso della benzina, che negli Stati Uniti si traduce in consenso elettorale per chi governa.

Per raggiungere gli obiettivi della Casa Bianca servono almeno 100 miliardi di investimenti in Venezuela. Ma solo le grandi società hanno le risorse finanziarie e le competenze necessarie


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