12 Gennaio 2026 | 03:22

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11 Gennaio 2026, 20:12

Analisi

Un tesoro di materie prime al centro delle rotte navali

Un territorio ricco di materie prime, dall’oro al gas naturale fino ai materiali fondamentali per la transizione digitale ed energetica. Ma che si trova anche al centro delle rotte artiche, ora che il cambiamento climatico – sciogliendo i ghiacci - consente i viaggi delle merci via mare per tutto l’anno. In particolare, per i cargo e le petroliere in arrivo da Cina e Russia.

Sono questi i motivi economici che fanno della Groenlandia un obiettivo strategico del nuovo espansionismo degli Stati Uniti. Autonoma dal 1979, vive di sostanzialmente di pesca, ma politicamente può decidere se sfruttare o meno il suo ricchissimo sottosuolo: nelle sue viscere ci sono 25 dei 34 minerali considerati materie prime essenziali: comprese terre rare, petrolio e gas naturale. Finora l’accesso a quelle riserve è stato limitato dai ghiacci. Ora proprio quei cambiamenti climatici - che pure l’inquilino della Casa Bianca continua a negare - potrebbero rendere le cose più facili.

Il Geological Survey of Denmark and Greenland stima in 36,1 miliardi di tonnellate la quantità di Terre Rare in loco, anche se quella attualmente recuperabile ammonterebbe solo a 1,5 milioni di tonnellate. Cosa c'è nel sottosuolo ghiacciatissimo della Groenlandia e nei suoi immediati dintorni? Il 13% delle risorse mondiali di petrolio e il 30% di gas, tanto nichel e cobalto, così come zinco, oro, ferro e uranio. L'economia locale, che vale 3 miliardi di dollari, si basa in larga misura sul settore pubblico, sulle esportazioni di prodotti ittici e sui consistenti sussidi danesi, e quindi i leader groenlandesi vogliono diversificare. La Cina ha provato da tempo a investire nel settore minerario ma i suoi progetti sono deragliati per varie motivazioni burocratiche e logistiche. Il Centro Nazionale Svedese per la Cina ha dichiarato di recente che «la Cina ha già abbandonato la Groenlandia» e che, dunque, l'isola artica è ormai saldamente nel campo occidentale quando parliamo della competizione strategica tra Washington e Pechino. Che Trump abbia preso un abbaglio? È più probabile che l'interesse statunitense comprenda l'intero Artico, il cui mare potrebbe presto diventare navigabile nonché una rotta commerciale in grado di rendere sempre più facile il passaggio del traffico delle navi portacontainer, con rotte più brevi fino al 40% rispetto al passaggio dal canale di Suez. Cina e Russia, su questo, sono in prima linea. Ecco allora la strategia di Trump: se gli Stati Uniti non possono vincere, allora si impegneranno a far perdere.

La vendita di un intero territorio è qualcosa di unico. Non siamo nell’ambito del mercato immobiliare. Se lo fossimo, anche solo 1 dollaro per metro quadrato comporterebbe un esborso di 2.166 miliardi. Una somma elevatissima e che equivarrebbe a circa il 7% del Pil americano. Per quanto teoricamente sostenibile per gli Stati Uniti, con un debito già salito a 38.000 miliardi i mercati non la prenderebbero affatto bene.

La Danimarca ha un debito pubblico di poco superiore al 30% del Pil, tant’è che vanta un rating da A Esso ammontava a meno di 120 miliardi di euro a fine 2024. Se davvero riuscisse a vendere la Groenlandia per 2.000 miliardi di dollari o più, lo azzererebbe del tutto e rimarrebbe in possesso di una liquidità capace di dare vita al primo fondo sovrano del pianeta, superando persino quello da 1.600 miliardi della Norvegia. Ma sarà tentata di accettare?

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