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05 Gennaio 2026, 20:16

Tra ottimismo e deindustrializzazione: la Germania cerca di uscire dalla crisi

Tra ottimismo e deindustrializzazione: la Germania cerca di uscire dalla crisi

Veduta di Berlino (© Shutterstock)

È una fiammella, non ancora una luce, quella che si intravede in fondo al tunnel della crisi economica tedesca. L’ultimo sondaggio dell’istituto economico IW di fine dicembre segnala che c’è un lieve miglioramento nel clima delle aziende tedesche. Su 49 associazioni di imprese, 19 prevedono per il 2026 un fatturato e una produzione migliori rispetto allo scorso anno, mentre 18 pronosticano un livello inalterato. Non un segnale dirompente, forse nemmeno l’indizio decisivo di un’inversione di tendenza, ma di sicuro un dato più positivo dell’anno precedente.

Al moderato ottimismo contribuiscono due elementi, valutati in modo favorevole anche dalla direttrice generale della Bdi, la Confindustria tedesca, Tania Gönner: l’entrata in vigore dal primo gennaio 2026 del prezzo dell’elettricità per le grandi industrie energivore a un costo sovvenzionato di 5 cent a chilowattora (rispetto alla media di 17) fino al 2028 e la «legge sul futuro delle infrastrutture». La misura sul costo dell’elettricità era stata già ideata dal precedente governo per proteggere la competitività delle grandi aziende tedesche dalla crisi energetica dopo il 2022. La legge sulle infrastrutture, invece, è passata in Consiglio dei ministri a metà dicembre e punta a liberare 169 miliardi per la ristrutturazione di strade, ferrovie, ponti e vie di navigazione entro il 2029.

Nonostante questi segnali, è unanime la constatazione del perdurare della crisi. L’economia tedesca non cresce dal 2019 e aumentano vertiginosamente i fallimenti. L’anno appena concluso ha registrato circa 1.600 insolvenze. Le aziende tedesche che hanno deciso di portare all’estero la produzione tra il 2021 e il 2023, secondo gli ultimi dati dell’ufficio federale di statistica, sono state il 2,2%, 1.300 in tutto. E la tendenza non è in diminuzione. La deindustrializzazione non è più solo uno spettro «ma un pericolo reale», ha dichiarato la direttrice generale della Camera di commercio tedesca (Dhik), Helena Melnikov. «Vediamo chiari segni di deindustrializzazione: le medie imprese stanno delocalizzando la loro produzione o chiudendo definitivamente».

In parallelo rallenta la dinamica del mercato del lavoro. Per la prima volta dal 2020 il numero degli occupati in Germania cala, soprattutto nei settori dell’industria e dell’edilizia. Nella manifattura si registra un calo dell’1,8% (meno 143.000 unità), nell’edilizia dello 0,9% (meno 23.000), a fronte di una crescita dell’occupazione nel settore dei servizi (+164.000). A rendere più interessante lo scenario c’è l’introduzione, da gennaio, dell’aumento del salario orario minimo a 13,90 euro. Le previsioni di crescita del Pil nel 2026 parlano di una ripresa lievissima. La Bundesbank conta su una crescita del prodotto interno lordo del +0,9%. Gli istituti economici variano le loro previsioni di crescita in un range che oscilla tra il +0,7% e l’1%. È tanto o è poco, considerato il booster da 500 miliardi di euro in dieci anni annunciato dal governo lo scorso anno?

Di certo il governo della Grosse Koalition — che nell’ultimo sondaggio Forsa ha appena il 39% dei consensi — ha poco tempo per dimostrarsi all’altezza della situazione. La pressione su Friedrich Merz perché faccia in fretta è alta da parte di tutti i settori produttivi. E il cancelliere, nel discorso di Capodanno, ha dimostrato di esserne consapevole. «La nostra economia è sottoposta alla pressione di riforme necessarie, di costi elevati e di conflitti commerciali a livello mondiale», ha scandito in tv. Per «rinnovare i fondamenti della nostra libertà, sicurezza e benessere» ci vorranno anni e forse decenni, il tutto in un quadro geopolitico instabile. «In queste condizioni abbiamo bisogno della forza creativa della nostra economia, ma l’ingorgo di riforme interne paralizza il potenziale delle nostre imprese». Le riforme andranno a toccare la spesa sociale: «il prossimo anno dovremo approvare riforme fondamentali affinché i nostri sistemi sociali rimangano finanziariamente sostenibili nel lungo periodo». E in un anno di elezioni in cinque Land è un azzardo non da poco.

Per sostanziare le parole con i fatti, Merz — che al momento gode di una popolarità in caduta libera — ha dato un giro di vite alla sua squadra. Nel primo giorno lavorativo dell’anno ha reso nota la sostituzione del capo del suo ufficio di gabinetto, il 35enne Jacob Schrot, con il direttore esecutivo della Cdu, Philipp Birkenmaier, «con anni di esperienza nel governo, nel gruppo e nel partito», spiega il portavoce di governo Stefan Kornelius. Secondo Bild, Schrot pagherebbe lo scotto di non padroneggiare abbastanza i dossier economici. È vox populi che Merz si sia concentrato finora troppo sulla politica estera e troppo poco su quella interna. Birkenmaier, invece, per oltre due anni al ministero dell’Economia, sembra la persona giusta per portare avanti la sfida di uscire dalla crisi.

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