Il cono d’ombra del Bauhaus, un grande laboratorio femminile
A direzione rigorosamente maschile, furono le studentesse a introdurre la tessitura e la pratica manuale a partire dal 1919. Lungo tutte le fasi di sviluppo della scuola, lavorarono su diversi fronti oltre all'architettura e trasformarono gli oggetti d'uso in forme d'arte
Le donne del Bauhaus: Alma Buscher, Marianne Brandt, Gunta Stölzl, Friedl Dicker e Lucia Moholy (courtesy Bauhaus Archiv)
La storia più nota del Bauhaus ruota intorno ai suoi tre direttori – Walter Gropius, Hannes Meyer e Ludwig Mies van der Rohe – e ai grandi maestri che v’insegnarono, come Klee, Kandinskij e Itten, nelle tre sedi di Weimar, Dessau e Berlino. Accanto alla cronaca ufficiale s’intrecciano le vite, spesso dimenticate, delle donne che ne animarono i laboratori, protagoniste di una rivoluzione silenziosa nel campo dell’arte e del design.
Durante la direzione di Gropius (1919–1927), la scuola è inizialmente caratterizzata da uno spirito espressionista. A Weimar le prime e più numerose a iscriversi sono le donne: ottantaquattro su 163 studenti – subito indirizzate a laboratori ritenuti più consoni alla femminilità come tessitura, ceramica, legatoria anche se alcune avrebbero voluto entrare in quelli della lavorazione del metallo, del legno, della pietra. È lì che Gunta Stölzl, Benita Koch-Otte e Anni Albers trasformano il tessile in linguaggio moderno, coniugando colore, ritmo e funzionalità. A Dessau, Gropius costruisce la celebre sede della scuola e si avvicina al funzionalismo. Accanto a lui opera Ise Frank, la giovane donna sposata dopo Alma Mahler, che fu l’instancabile promotrice e archivista della memoria del Bauhaus: è lei “Mrs. Bauhaus”, fondatrice negli USA degli “Amici del Bauhaus”.
Con Hannes Meyer (1928–1930) il Bauhaus si politicizza: l’architettura diventa strumento di trasformazione sociale. La scuola vive un’intensa stagione di sperimentazione, ma anche tensioni politiche che porteranno alle dimissioni del direttore. Meyer e un buon numero di studenti emigrano in Russia, ancora convinti che da quel paese potesse cominciare la ricostruzione di una società più giusta. Con lui c’è il suo harem (così il titolo di una fotografia scattata da uno studente, Erich Consemüller): sono Lena Bergner, che lo sposerà, importante figura di teorica nel campo della tessitura; Lotte Beese che in seguito sposerà Mart Stam, divorzierà, diventerà architetta e urbanista nella ricostruzione di Rotterdam; Margarete Mengel, che non riuscirà a scappare dalla Russia e lì fu fucilata.
Infine, con Mies van der Rohe (1930–1935), il Bauhaus assume un volto più autoritario e razionalista. L’arte cede il passo all’architettura, i laboratori si riducono, le pressioni del nazismo si fanno soffocanti ma solo quando gli sarà chiesto di impiegare come docenti esclusivamente persone di razza ariana chiuderà la scuola. Solo quattro donne otterranno il diploma. Nella sua vita brilla una figura femminile: Lilly Reich, designer e architetta, ha una carriera già avviata quando conosce Mies, tanto da essere stata la prima donna ad essere nel direttivo del Deutscher Werkbund. Collaboratrice e compagna di Mies, è coautrice di molti progetti, tra cui il Padiglione di Barcellona, al Bauhaus dirigi il corso di tessitura e salva, durante la guerra, gran parte dei disegni suoi e di Mies, poi donati al MoMA.
Prima delle celebrazioni del centenario dalla fondazione del Bauhaus erano davvero poche le studentesse di cui si trovavano notizie. Si conosceva Marianne Brandt, celebre per gli le sue teiere e le lampade che progettò e realizzò nel laboratorio di metallo; Anni Albers, tessitrice, autrice dei libri “On Weaving” e “On Design”; Alma Buscher, famosa per i giocattoli educativi - costruzioni di legno ancora in produzione; Gunta Stölzl, tessitrice e prima donna a sostituire un maestro uomo alla direzione di un laboratorio. Si sapeva poco di Lucia Schultz, moglie di Lazlo Moholy-Nagy, che partecipò attivamente alle sperimentazioni per cui lui è famoso. È lei che documenta fotograficamente il Bauhaus dal 1923 al 1928 salvo che non le fu riconosciuta l’autorialità fino a che non la rivendicò pubblicando un libro nel 1972. Una vita anche complicata perché nel 1933 deve lasciare Berlino, pare a causa della relazione con un membro comunista del Parlamento tedesco, ormai in mano ai nazisti. Lazlo cerca di farla venire in America ma senza successo, allora lei si stabilisce a Londra dove è coinvolta nel servizio di microfilm del Museo della Scienza.
Nel libro Storie di donne al Bauhaus il focus non è su quello che hanno fatto in quella scuola ma sulla vita di ciascuna di loro, dal come sono approdate al Bauhaus, a che corsi hanno seguito, a cosa hanno fatto dopo. Alcune erano già delle professioniste quando vi s’iscrissero, molte completarono gli studi e si affermarono nel mondo del lavoro, altre scomparvero dal circuito artistico per rientrare nella sfera della vita privata, altre ancora furono delle meteore che la frequentarono per poco tempo. Molte dovettero scappare con l’avvento dei nazisti, non poche morirono nei campi di concentramento. Le loro vite sembrano dei romanzi. Centoventidue di loro escono al cono d’ombra in cui sono state relegate con la corporeità di una vita vissuta dall’inizio alla fine e non solo durante gli anni del Bauhaus.
Si scoprono storie di successo come quelle di Margret Rey – che in realtà si chiamava Waldstein e trova il successo insieme al marito negli USA con la scimmietta Curious George. Wera Meyer-Waldeck è stata la prima donna a superare l’esame di falegnameria in Turingia, è una delle quattro che ottiene il diploma di architetta con Mies van der Rohe; disegna aerei per la Junkers e, dopo la guerra, mobili per gli sfollati. Il suo ultimo lavoro fu un dormitorio a Bonn. Anche Hilde Reiss (Friedman) ottiene il diploma di Architettura con Mies van der Rohe; per sfuggire al nazismo emigra negli USA, dove diventa curatrice della sezione design del Walker Art Centre. Lavorarono come architette ed ebbero successo Katt Both, urbanista a Kassel dal 1954; Lotte Gerson-Collein che ha lavorato per il Ministero dei lavori pubblici nella DDR. Benita Koch: è lei che progetta la prima cucina componibile. Marta Erps trasferitasi in Brasile, divenne illustratrice scientifica, unendo arte e scienza; e quanti sanno che, seppur brevemente fu moglie del famosissimo Marcel Breuer? Marli Ehrmann, dopo aver vinto il premio MoMA per il design tessile nel 1940 lavora con Eames, che sceglie i suoi tessuti per i rivestimenti delle sue sedie per la Hermann Miller. Judit Kàràsz è stata una figura centrale della fotografia documentaria di denuncia ungherese e Florence Henri, pioniera della fotografia d’avanguardia, aprì uno studio a Parigi ed ebbe come studentesse future star come Gisele Freund e Lisette Model. Studentessa al Bauhaus fu la figliastra di Hugo Ball, fondatore del movimento Dada, Annemarie Hennings: a soli undici anni la madre e il patrigno espongono i suoi disegni al Caffè Voltaire per la mostra inaugurale del movimento. Emergono vite che sembrano dei romanzi. Infatti, due sono state protagoniste di film: Dörte Helm del recente Bauhaus-Die Neue Zeit (2019); Harriet von Rathlef-Keilmann, convinta sostenitrice di Anna Anderson, la sedicente Granduchessa Anastasia, è interpretata dall’attrice Käthe Braun in Anastasia: The Czar's Last Daughter (1956). Edith Suschitzky ebrea, comunista e spia sovietica, pare fu determinante nel reclutamento dei “Cambridge Five”, che danneggiarono l’intelligence britannica nel dopoguerra.
Nel libro c’è anche un capitolo sulla politica al Bauhaus, dove si racconta di come la scuola fu profondamente segnata dalla politica del suo tempo: Gropius ne gestì con abilità i cambiamenti, Meyer ne pagò l’impegno marxista e Mies van der Rohe tentò invano un compromesso con il nazismo. Tra gli ex studenti, alcuni aderirono al regime, altri ne furono vittime o costretti all’esilio: il destino del Bauhaus riflette così l’intera frattura morale e storica della Germania tra libertà creativa e oppressione ideologica. Dei 1.467 iscritti, almeno 188 aderirono al NSDAP, quattordici alle SA, dodici alle SS. Circa una su quattro delle 508 donne era ebrea o sposata con un ebreo.
Tra le donne che morirono nei campi di concentramento, una delle storie più tristi è quella di Friederike Dicker che, deportata ad Auschwitz, insegnava arte ai bambini prima di essere uccisa con loro. Lisbeth Birman-Oestreicher invece sopravvive al campo di Westerbork lavorando a maglia per la compagna del capo. Alcune esercitarono bene la professione anche sotto i nazisti, come Ruth Geyer-Raack, che realizzò progetti d’interni per la Luftwaffe e per il Castello di Wawela a Cracovia, appartenente a un criminale di guerra. Dopo la guerra subì il processo di denazificazione, non conobbe più il successo degli anni precedenti, ma pure continuò a lavorare.
Il Bauhaus non fu solo una scuola d’arte e design, ma anche una comunità umana intensa e libera. Le vicende personali delle ragazze che la frequentarono s’intrecciarono profondamente con la loro creatività, contribuendo a formare un’identità femminile libera, moderna e coraggiosa.
I LIBRI
Herbert Bayer, Walter Gropius, Ise Gropius, Bauhaus 1919-1928, Charles T. Branford Company, Boston, 1952
Magdalena Droste, Bauhaus, Taschen, Bibliotheca universalis, 2015, original edition 1980.
Hans.M.Wingler, The Bauhaus- Archives in Berlin, Bauhaus-Archiv Berlin gmbh, 1983
Hans Maria Wingler, Il bauhaus. Weimar, Dessau, Berlino 1919-33, Feltrinelli, Milano 1987.
A cura del Bauhaus-Archiv Museum für Gestltung, Magdalena Droste, Bauhaus 1919-1933, Taschen, 1991.
· Marco De Michelis, Agnes Kohlmeyer, Bauhaus 1919-1933. Da Klee a Kandinsky, da Gropius a Mies van der Rohe. Catalogo della mostra, Mazzotta, Milano 1996.
· Jeannine Fiedler, Peter Feierabend, Ute Ackermann, Bauhaus, Könemann, Köln 2000.
· Christiane Schönfeld, Carmel Finnan, Practicing modernity: female creativity in the Weimar Republic, Königshausen & Neumann, Würzburg 2006.
· Ulrike Müller, Bauhaus Women: Art, Handicraft, Design, Flammarion, Parigi 2009.
· Anja Guttemberg, Bauhaus.photo.100 photos from the Collection of the Bauhaus-Archiv Berlin, Bauhaus-Archiv Berlin gmbh, 2015
· Patrick Rossler, bauhaus.typography.100 works from the Collection of the Bauhaus-Archiv Berlin, Bauhaus-Archiv Berlin gmbh, 2017
· Ute Ackermann, Anke Blümm, Martina Ullrich, Haus am Horn, Bauhaus Architecture in Weimar, Hirmer Publishers, 2019
· Patrick Rössler, Bauhaus mädels. A tribute to pioneering women artists, Taschen, 2019
· M. Droste, B. Friedewald, Our Bauhaus. Memories of Bauhaus People”, ed. Prestel, 2019
· Lutz Schobe, Wolfang Thoner, Claudia Perren, Bauhaus Dessau The Collection, Edition Bauhaus 55, Bauhaus Dessau Foundation, Kerber Production and Distribution, 2019
· M.Droste, the Bauhaus 1919-1933, Reform and Avant-Garde, Taschen, 2021

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