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20 Dicembre 2025, 13:10

Cosa sono gli spomeniki: gli stars wars della memoria jugoslava

Celebrano, grandiosi e spettacolari, dalle forme fantastiche, la resistenza Jugoslava, l’unica del tutto indipendente, diventando centri ludici e attrattivi

Cosa sono gli spomeniki: gli stars wars  della memoria jugoslava

Spomenik di Podgorica (foto Eric Gobetti)

Grandiosi e spettacolari, agili e unici, cosa sono gli spomeniki e perché suscitano tanto interesse in tutto il mondo? Nella lingua più usata dagli slavi del sud, “spomenik” significa semplicemente “memoriale”. È una parola generica, che però ha acquisito un significato specifico. Viene utilizzata, soprattutto al singolare, per indicare i monumenti dedicati alla seconda guerra mondiale e alla lotta partigiana in Jugoslavia. Costruiti in gran parte tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, si tratta di strutture uniche per una serie di ragioni.

Innanzitutto gli spomeniki sono dedicati a un macroevento che non ha paragoni in Europa. Quella jugoslava è infatti l’unica Resistenza che è riuscita a liberare il paese con le proprie forze, pur ottenendo aiuti da parte britannica negli ultimi due anni di guerra e grazie all’intervento dell’Armata Rossa nella battaglia di Belgrado dell’ottobre 1944. Alla fine della guerra quasi un milione di uomini e donne (il 20% dei combattenti totali) erano arruolati nell’esercito partigiano jugoslavo, che fin dalla primavera del 1941, poche settimane dopo l’invasione del 6 aprile, lottava contro l’occupazione. La Liberazione è accompagnata da una rivoluzione sociale e politica che porta alla creazione di un nuovo stato jugoslavo federale e socialista. Sotto la leadership del segretario del partito comunista Josip Broz Tito, nel 1948 la Jugoslavia rompe le relazione con l’URSS di Stalin e, dopo una lunga fase di gestazione, costituisce una coalizione di Paesi Non Allineati a cui aderiscono per lo più Stati africani e asiatici tra cui India, Egitto, Indonesia e molti altri. Alternativa sia al blocco occidentale che a quello sovietico, la Jugoslavia di Tito adotta progressivamente un sistema economico "autogestito". Resta tuttavia una "repubblica socialista a partito unico", con limitate libertà politiche, ma molto aperta dal punto di vista artistico e culturale. È in questo contesto che prendono vita gli spomeniki.

A partire dagli anni Sessanta il paese si popola di monumenti volti a celebrare la lotta partigiana e la Resistenza con forme e modalità nuove, alternative al modello real-socialista sovietico adottato fino a quel momento. L’originalità del fenomeno sta nella sua spontaneità e concretezza. In buona parte gli spomeniki non sono il prodotto di una volontà politica imposta dall’alto, ma il frutto di iniziative popolari, che trovano accoglienza nei vertici del partito. D’altronde questi nuovi monumenti non vengono edificati nelle piazze o nelle grandi città, ma nelle campagne, sulle montagne, nei territori della Resistenza, là dove la lotta si è compiuta. Sono questi luoghi periferici e marginali che acquisiscono valore, significato, riconoscimento pubblico mediante la loro valorizzazione simbolica. I materiali scelti, cemento e ferro perlopiù, ne evidenziano il carattere semplice, popolare nella fattura, ma ardito e esteticamente elevato nelle forme. Si tratta infatti di strutture enormi, spesso in cemento armato, visibili da lontano, in dialogo col paesaggio circostante, inconfondibili e indimenticabili per l’impatto visivo ed emotivo che riescono a suscitare. D’altronde a costruirli sono i più grandi architetti, scultori e urbanisti dell’epoca, che diventano presto noti anche all’estero, all’Est come all’Ovest. Le loro opere sono concettuali, moderne, evocano più che celebrare. Sono messaggi che affondano le radici in uno straordinario passato, ma che guardano al futuro, tanto che oggi vengono associati al cinema di fantascienza di quegli anni, da Star Trek a Star Wars.

Nel giro di due decenni ogni regione della Jugoslavia ne viene segnata. Ovunque nascono spomenik meravigliosi: da Ilirska Bistrica in Slovenia a Kruševo in Macedonia, dalla commemorazione della più importante battaglia partigiana a Tjentište in Bosnia, al ricordo della più brutale strage fascista a Podhum, vicino a Fiume.

Questi nuovi monumenti diventano luoghi di celebrazione della guerra partigiana, percepita come “mito di fondazione” della federazione socialista jugoslava. Come strutture monumentali commemorative accolgono gite scolastiche e delegazioni ufficiali, visite guidate di enti associativi, sindacati, comitati di fabbrica, rappresentanti comunali, regionali, statali. Ma in quanto parchi memoriali diventano anche luoghi di ritrovo, di condivisione di uno spazio fisico e sociale da parte della comunità locale. Allo spomenik si va a passeggiare con la fidanzata, a trascorrere la domenica con la famiglia, si portano in visita i parenti venuti da lontano o i turisti stranieri. I monumenti partigiani diventano così luoghi di riconoscimento cittadino, locale, regionale, ma anche simboli con cui l’intera comunità nazionale si identifica. Si è giustamente detto che la Jugoslavia di Tito non è mai riuscita a creare una identità esclusiva, superiore o alternativa a quelle nazionali preesistenti: slovena, croata, serba, ecc… Per vent’anni però gli spomeniki (e con loro tutta l’epopea partigiana) rappresentano un spazio di riconoscimento: sono i luoghi jugoslavi per definizione.

Questo spiega certamente il loro destino negli anni della crisi, della guerra e della fine della Jugoslavia unitaria. Durante il decennio del conflitto lapidi e monumenti vengono vandalizzati, divelti, rimossi dalle istituzioni o con la dinamite. Accade anche ad alcuni tra gli spomeniki più noti: il fiore di Jasenovac, dedicato all’unico campo di sterminio in Europa non amministrato dai nazisti (ma dagli ustascia croati) è preso a cannonate, i monumenti di Drvar e Makljen in Bosnia vengono distrutti, il cimitero partigiano di Mostar, nella parte croata della città, è più volte devastato e ricoperto di svastiche e altri simboli fascisti.

Passano gli anni, cambiano i confini e gli stati, e si modifica anche il significato simbolico dei monumenti. Oggi gli spomeniki sono quasi tutti ancora lì dove si trovavano cinquant’anni fa. Ma il senso della loro presenza è cambiato, così come l’uso pubblico e privato di quei luoghi. Alcuni continuano ad essere ignorati dalle istituzioni, ma hanno un utilizzo alternativo, come quello di Tjentište, nell’entità serba della Bosnia, dove ogni anno si tiene un festival musicale che attira giovani da tutti i Balcani. Altri sono stati risemantizzati, come quello di Jasenovac, che ha subito una “olocaustizzazione”, per cui le responsabilità ustascia e le vittime serbe passano inevitabilmente in secondo piano rispetto alle vittime ebraiche della Shoah. Altri ancora vengono integrati nelle nuove memorie nazionali, incentrate sulla plurisecolare lotta per l’indipendenza, come avviene prevalentemente in Slovenia e in Montenegro.

In molti casi a frequentare oggi gli spomeniki non sono più gli abitanti del circondario o le comitive di studenti e lavoratori. Ben più facile è trovarci turisti internazionali con zaino e macchina a noleggio, curiosi di scoprire le tracce, i simboli sempre più scoloriti di un paese che ha rappresentato un’alternativa concreta nello scontro ideologico epocale che ha accompagnato i decenni della Guerra  Fredda. Ma ancora di più i turisti di oggi sono in cerca di un passato che sa di futuro, dei segni concreti di una stagione artistica unica e oggi studiata e celebrata da enti pubblici, musei e facoltà di architettura di tutto il mondo.

Un passato che non passa quindi, che cambia senso, ma continua a stupire ed emozionare. Perché le forme, i materiali e le location degli spomeniki sono strutturalmente adatte alla risemantizzazione, alla libera e cangiante interpretazione. Ognuno ci può leggere quel che cerca: dalla dittatura alla libertà, dalla lotta nazionale alla fratellanza tra i popoli slavi, dalla rivoluzione socialista alla chiusura identitaria, dall’arcaismo alla conquista dello spazio. Come uno specchio deformante, gli spomeniki continuano a riflettere il passato, a parlarci del presente, a indicarci una strada per il futuro.

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