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20 Dicembre 2025, 13:13

Bruciata come Ilio: Sinéad O’Connor e la sua parabola inclassificabile

Irlandese, indomita, fragilissima: una voce assoluta e bastonata, una donna minuta che poteva rivoluzionare la musica

Bruciata come Ilio: Sinéad O’Connor e la sua parabola inclassificabile

La cantautrice Sinead O' Connor, 1966-2023 (Epa/Sebastian Silva)

di Camilla Valletti

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inéad O’Connor, che tra i suoi tanti nomi di battesimo faceva anche Bernadette, come la fanciulla di Lourdes, è quello che si dice una figura da romanzo. Un viso parlante, un taglio di capelli, uno scalpo semplicemente e puramente punk, una voce capace di attraversare i timbri più diversi, dal sussurro materno alla rabbia da angry young girl, ha vissuto, in fondo, un solo successo mondiale con Nothing Compares 2 U, una canzone non sua. Per poi lottare a costo di perdere la vita, la sua e quella dei suoi figli, la salute e l’immagine, macchiata da un gesto che nessuno, tra istituzioni e mercato musicale, le ha mai davvero perdonato.

E allora perché siamo qui a scriverne ancora? Perché il suo ricordo è rimasto nell’immaginario di tanti giovani, allora e oggi, trasparente come una moneta che riluce in una pozza d’acqua piovana? E perché si continua a indagare sul suo mistero con un prossimo film biopic a lei dedicato, prodotto da Josephine Dicker, che firmò anche il documentario del 2023 curato da Katherine Ferguson, dove compare ancora giovanissima e affranta, quasi impudica nel confessare la portata del suo dolore.

Quello è l’anno della sua morte, avvenuta nel mese di luglio in totale solitudine, ingrassata, inebetita dagli psicofarmaci e dall’erba, schiantata dal suicidio di uno dei suoi quattro figli, Shane. Nata in Irlanda, abbandonata dal padre giovanissima, O’Connor cresce con una madre violenta e abusante. Questa esperienza segna tutta la sua vita, tanto da piegarla al ricatto di chiunque le offra briciole di affetto. A scuola non funziona, la espellono più e più volte, finisce in una di quelle famigerate istituzioni religiose chiamate Magdalene, su cui tanta letteratura e cinema hanno puntato il dito in quanto luoghi segreganti e violenti. Conosce droga e amicizia, fugge in Inghilterra dove comincia la sua carriera di cantante di appoggio per star famose.

Grazie alla sua ferocia contenuta in un corpo minuto, grazie alla sua capacità di adattamento a uno stile di vita che quasi non prevede pranzi o cene, O’Connor raggiunge il successo nel 1990, ma subito lo disperde non riuscendo nemmeno a salire sul palco prima dell’esibizione di Bob Dylan, tra il dileggio del pubblico. Erano trascorsi due anni da quando, durante una puntata della celebre trasmissione americana Saturday Night Live, aveva sminuzzato in diretta la foto di papa Giovanni Paolo II gridando «Fight your real enemy!». Poco prima aveva deciso di cantare a cappella una canzone di Bob Marley radicalmente pacifista.

Quel gesto le spalancò il baratro dell’incomprensione. Nella sua autobiografia Rememberings del 2021 scrive, con prosa nervosa, che quell’episodio le costò l’allontanamento dai palchi mondiali. Si era spinta troppo in là nella sua denuncia della pedofilia da sempre insabbiata dalla Chiesa cattolica. Troppo in là rispetto alla fragilità della sua fama: era necessario rientrare nella sua dimensione, tornare a calpestare la «strada giusta». Giusta per una popstar che non ha pensato di esserlo e che si è trovata a interpretare un ruolo priva dei numeri necessari, goffa nei suoi look infantili rubati a qualche ricordo inventato.

Tutto quello che accade dopo è una parabola autodistruttiva ma dolcissima. La conversione all’Islam, la maternità a fasi alterne, gli uomini di passaggio, la povertà estrema. Alcuni momenti di entusiasmo come l’incontro con Muhammad Ali e il corso di bel canto a Dublino.

Sulla sua morte, avvenuta dopo il lockdown a soli 56 anni, si è parlato tanto, con quella superficiale volontà di scavare dentro l’intimità di una persona. Sempre morbosa. Una morbosità che l’ha inseguita fino all’ultimo, lei che ha sempre rifuggito qualsiasi tipo di ambiguità, aprendo la sua carriera con un album davvero indimenticabile e a suo modo ruvido, dal titolo The Lion and the Cobra del 1987, dove la canzone di punta è senz’altro Troy, da lei scritta sulla scorta del suo amore giovanile per il poeta irlandese più controverso, William Butler Yeats.

O’Connor compie una scelta — questa sì sacrilega. Al posto dell’amata Maud Gonne della cantata di Yeats, si profila la figura della madre che non ha corrisposto il suo amore. Il testo fa: «Ricorderò / Dublino in un temporale / e sedersi nell’erba alta d’estate / mantenendoci caldi / ricorderò / ogni notte senza riposo / eravamo così giovani allora / pensavamo che tutto / ciò che eventualmente potessimo fare fosse giusto / poi ci siamo spostati / rubati dai nostri veri occhi / e io mi sono chiesta dove fossi andato».

Mentre il poeta cominciava: «Perché, cosa avrebbe potuto fare essendo quella che è / c’era forse per lei un’altra Troia da bruciare?». La Troia bruciata chi altri è se non Sinéad stessa?

C’è un video, in rigoroso bianco e nero, in cui la vediamo vestita di una canottiera nera, una croce al collo e una gonnellina chiara, mordere il microfono con testardaggine insieme lieve e feroce. Quell’interpretazione è lunga più di cinque minuti, un tempo lunghissimo durante il quale si snoda un monologo fatto di rimpianto per un amore a cui si ha diritto biologico. Un diritto che le è stato negato e che ne ha fatto un incanto doloroso. 

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