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20 Dicembre 2025, 13:16

Da ascoltare e riscoprire, una voce spiazzante

Da ascoltare e riscoprire, una voce spiazzante

"The Lion and the Cobra" del 1987

The Lion and the Cobra

(1987, Chrysalis)

Il debutto di Sinéad O’Connor fu un vero caso alla sua uscita nel 1987 e, a distanza di quasi quarant’anni, possiamo dire che ha retto magnificamente il peso del tempo. Come in molti esordi le influenze sono evidenti, ma ciò che colpisce è il modo in cui riesce a fonderle in un sound tutto suo: ampio, inquietante, atmosferico e passionale. La voce di Sinéad è uno strumento di straordinaria versatilità, con cui riesce a passare dal sussurro al grido rabbioso, producendosi all’occorrenza in virtuosismi mai fini a sé stessi. Una voce con cui infonde alle canzoni dell’album, di cui è autrice e arrangiatrice, un’intensità e pathos rari. La tavolozza sonora di O’Connor e ampia e variegata: c’è l’Hip-Hop sensuale di “I Want Your (Hands on Me) e l’energico (post) punk rock di “Mandinka”, ma anche il folk dalle tinte celtiche di “Just like you said”, ballate come “Jackie” e il tour de force “Troy”. A soli 20 anni Sinéad firma uno degli esordi più spiazzanti e peculiari del decennio.

I Do Not Want What I Haven't Got

(1990, Chrysalis)    

Senz’ombra di dubbio il capolavoro di Sinéad O’Connor, l’album che la consacra a nuova Pop Star planetaria. Un successo di pubblico a cui indubbiamente ha contribuito la straordinaria cover (e rispettivo videoclip) del brano di Prince “Nothing Compares 2 U”, ma tutte le canzoni contenute nel disco sono di altissimo livello. Smussate le asperità del debutto, l’artista irlandese porta a pieno compimento le sue doti di songwriter. Drammatiche ballate orchestrali, confessioni intime, pop rock accattivante, chitarre impetuose e folk di protesta, senza dimenticare il suo lato più sperimentale. E poi ci sono i testi delle canzoni, che parlano di rapporti tra genitori, figli e soprattutto amanti, confessioni crude e dolorose attraverso cui l’artista ribadisce il rifiuto di lasciarsi definire da chiunque tranne sé stessa. Un album con cui O’Connor anticipa l’ascesa di cantautrici come Tori Amos e Sarah McLachlan e lascia un segno indelebile nella storia della musica pop.      

Throw Down You Arms

(2005, That's Why There's Chocolate And Vanilla)

Il cover album più riuscito della carriera di O’Connor è un disco di purissimo reggae. L’artista aveva già dimostrato di padroneggiare la battuta in levare nell’album “Faith and Courage” del 2000 e per questo tributo ai maestri della musica giamaicana Sinéad fa le cose per bene. Vola a Kingston e si affida alle sapienti mani di Sly & Robbie, la leggendaria coppia di produttori che hanno forgiato il sound di Grace Jones e decine di altri artisti. I due costituiscono anche la sezione ritmica principale dell’album, che viene registrato tra gli Anchor Studio e i Tuff Gong con l’ausilio di alcuni dei migliori musicisti dell’isola. O’Connor offre letture rispettose e di classici del roots reggae di giganti come Burning Spear, Peter Tosh, Lee Scratch Perry e Bob Marley, immergendosi nel groove e lasciandosi avvolgere. Un piccolo tesoro da riscoprire.

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