Quando recita l’IA, l’uso e i suoi limiti: anche la macchina ci mette alla prova
Théâtre d'Opéra Spatial
L'utilizzo dell'intelligenza artificiale nel processo di creazione artistica è uno di quei temi capaci di scatenare la guerra tra integrati e apocalittici, cioè tra i sostenitori di questo strumento e i difensori di una presunta purezza del "genio", che denunciano la degenerazione a cui l'uso dell'IA condannerebbe il mondo dell'arte. Posto che, da sempre, la creazione di qualsiasi prodotto artistico si serve di strumenti tecnici, e condannare quelli più recenti ha il sapore un po' vintage della critica alle prime macchine fotografiche; posto che è sempre avventato parlare di purezza, perché gli artisti respirano un contesto da cui prendono ispirazione, quindi l'atto creativo è più un processo distribuito che il risultato del singolo, proviamo ad addentrarci nel mondo spinosissimo dei diritti d'autore, in cui l'IA ha causato un terremoto: possiamo attribuire copyright ad un artista che si è avvalso del supporto di IA? La questione non fa che riportare a galla dei grandi problemi irrisolti.
Il 10 ottobre scorso è entrata in vigore in Italia la Legge delega sull'IA, che si allinea all'AI ACT, cioè il regolamento europeo del 2024, integrando quegli aspetti demandati ai singoli stati. Si tratta di un primo passo, e per comprendere quanta strada vada ancora percorsa iniziamo a tenere distinti i diritti d'autore da quelli di chi fornisce i materiali per i dataset con cui allenare le IA.
Soffermiamoci solo sul primo ambito: i diritti d'autore, secondo la legge, sono garantiti per chi produce opere d'arte figurativa, musica e spettacolo anche "con l’ausilio di strumenti di IA, purché costituenti risultato del lavoro intellettuale dell’autore". Una definizione piuttosto nebulosa, se applicata all'arte. Infatti, il diritto d'autore è nato per tutelare le aziende, e non i singoli artisti, che ancora oggi poco ne ricavano a livello economico e al contrario subiscono la restrizione alla libera fruizione delle idee e della conoscenza: esattamente ciò di cui si nutre l'arte, rielaborando le tradizioni e gli stili. In campo artistico, il copyright dovrebbe più che altro garantire una giusta retribuzione all'artista, non tanto limitare l'utilizzo dell'opera.
Prendiamo ora un esempio nel teatro: da qualche anno Annie Dorsen, con il suo Algorithmic Theatre, e Michael Rau, regista e docente alla Stanford University, sperimentano l'interazione tra attori, drammaturghi e chatbot che forniscono battute in tempo reale, diverse ogni sera, oppure proiettano sul palco immagini generate sul momento da algoritmi: per loro l'IA ha sia un ruolo di strumento sia di autore e attore, dando origine ad una sovrapposizione creativa unica, e per questo interessante. Come valutarla? Per capire in quale palude ci si addentra, citerò un caso paradossale emerso nel 2023 negli Stati Uniti.
Jason Matthew Allen, con l'opera Théâtre D’opéra Spatial, vinse il primo premio della Colorado State Fair Fine Arts Competition nella categoria “arte digitale”. L'autore dichiarò di aver utilizzato Midjourney, un programma di IA generativa basato sull'elaborazione di input testuali, i prompt (è il programma usato per creare la foto fake di Papa Francesco con il piumino bianco di un noto brand). Il problema sorse quando l' USCO (US Copyright Office) si rifiutò di registrare l'opera, poiché lo "Human Authorship Requirement" non era rispettato, essendo il contributo dell'IA superiore alla percentuale consentita. È chiaro come la valutazione di questo "de minimis amount" vada fatta caso per caso, e sia quanto mai soggettiva. Allen potè registrare solo la sequenza dei prompt che aveva scritto, ottenendo di fatto la paternità di un'opera "letteraria", ma senza vedersi riconosciuta l'immagine; inoltre è noto come gli stessi prompt, se usati più volte, diano risultati diversi.
L'attuale legge italiana fa dunque un passo avanti riconoscendo la liceità d'uso dell'AI, ma resta critica nell'applicazione, perché la valutazione del tasso di creatività da parte dell'artista rimane soggettiva e di difficile lettura, soprattutto nei casi di interazione continuativa tra uomo e macchina che abbiamo visto prendere piede nelle arti performative. Insomma, come direbbe il meno tecnologico tra i pensatori, Emil Cioran: "avere genio significa riuscire a digerire le influenze fino a farne perdere le tracce".

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