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20 Dicembre 2025, 13:25

L’osservatorio eccentrico del Festival di Locarno

«Contro il soft power americano, il cinema europeo deve riprendersi la produzione e sostituire lo star system»

L’osservatorio eccentrico del Festival di Locarno

Giona A. Nazzaro, direttore del Festival di Locarno (courtesy Festival Locarno)

Ai confini – e al centro – d’Europa c’è la Svizzera. A inaugurare questa nostra serie di incontri con personalità del mondo del cinema europeo non poteva che essere Giona A. Nazzaro, attuale direttore artistico del Locarno Film Festival (prossima edizione 5-15 agosto 2026).

Dopo il quinquennio di direzione dell’italiano Carlo Chatrian (2013-2018), poi chiamato a Berlino e oggi al Museo Nazionale del Cinema di Torino, Nazzaro guida dal 2021 una manifestazione che è divenuta crocevia nevralgico per il miglior cinema autoriale e indipendente. Nato a Zurigo, dove lavorava suo padre, ma formatosi in Italia, Nazzaro presenta ogni estate film e ospiti del festival alternando spigliatamente almeno quattro lingue, incarnando quell’idea peculiare di integrazione europea che la federalista Svizzera rappresenta, talora suo malgrado.

Prima di essere chiamato nel Canton Ticino aveva curato la Settimana Internazionale della Critica della Mostra di Venezia, riservata alle opere prime, e collaborato all’International Film Festival Rotterdam (2020), al Visions du Réel di Nyon (2010-2020), ai principali festival di Roma, Firenze, Torino. Ha inoltre firmato monografie dedicate a Gus Van Sant, Spike Lee, Abel Ferrara e, con Andrea Tagliacozzo, tre volumi seminali sul cinema di Hong Kong.

Nel dibattito pubblico recente, sono tornate in voga le parole con cui all’inizio degli anni Novanta il presidente francese Mitterrand si espose contro il “genocidio culturale” che le liberalizzazioni promosse dall’Organizzazione mondiale del commercio rischiavano di perpetrare. L’Europa riuscì allora a difendere l’idea dell’“eccezione culturale” per tutelare le produzioni audiovisive europee. Nel vecchio continente la cultura fa ancora oggi eccezione?

La mia generazione ha conosciuto l’Europa prima della caduta del Muro di Berlino, trovandosi a dover scegliere tra due modelli allora vigenti: quello autoritario e fortemente repressivo dell’Est sovietico e quello imperialista dell’Occidente con il suo soft power che lo criticava liberamente a ogni piè sospinto. Pur rendendoci conto che dietro uno scrittore, un cantante, un poeta, un film c’era sempre un sistema commerciale preposto a diffonderlo, a “venderlo”, credevamo che il soft power americano fosse un sistema abbastanza autoregolato, che avesse anticorpi in grado di resistere alle peggiori torsioni politiche, alle esportazioni forzate della democrazia, al soffocamento del dissenso. Oggi è scioccante vedere come quel soft power sia entrato in crisi con il governo degli USA che attacca violentemente anche il mondo del cinema.

Ma in questo scenario l’Europa come si posiziona?

L’Europa è un vuoto che stiamo ancora cercando di riempire, spesso senza tenere realmente conto dei popoli che la compongono. Per molti paesi europei la fine del dopoguerra è arrivata solo nel 1989, eventi dolorosi come la dominazione sovietica in Polonia o la repressione in Ungheria hanno lasciato ferite profonde. L’idea che i mercati potessero esorcizzare i conflitti è stata smentita dall’attualità, lo mostra la guerra in Ucraina. Le classi medie, che dovevano tenere lontane le tentazioni autoritarie, stanno supportando la convinzione che ridurre la democrazia porti stabilità, mentre le classi povere sono sempre più escluse da ogni decisione politica. L’Europa appare quindi un’astrazione incerta, fragile nelle sue difese, e spesso incapace di difendere il senso stesso della propria esistenza.

E la Svizzera che ruolo gioca?

La Svizzera è un laboratorio di singolarità utile da osservare per capire le complessità del continente. È un paese prospero ma ha sperimentato un brusco risveglio ai primi annunci del protezionismo trumpiano. Non è in Europa e talvolta l’attraversano retoriche anti-europee ma, tornando al cinema, si fanno molte co-produzioni per avere accesso a forme di sostegno continentale. E fa anch’essa parte della rete che assegna gli European Film Awards la cui premiazione si è svolta nel 2024 proprio a Lucerna.

Come si muove Locarno nel sistema dei grandi festival europei?

Locarno è un osservatorio un po’ eccentrico rispetto a Cannes o Venezia. Se ci dessero il nuovo film di un grande autore come Ruben Östlund (due Palme d’oro in cinque anni) non diremmo di no, ma l’anteprima mondiale di questi titoli va sulla Croisette o al Lido, così a Locarno possiamo fare ricerca. A ma pare comunque che il cinema europeo sia in buona salute, ha un suo star system, regge abbastanza bene anche se dipende molto da sovvenzioni statali, spesso attaccate dai populismi. In pochi anni la produzione media americana è quasi scomparsa e gli unici film d’autore che circolano hanno budget fenomenali come l’ultimo Paul Thomas Anderson, come il prossimo Scott Cooper. Il cinema europeo è spesso sottovalutato rispetto a Hollywood, ma produce gran parte dei film d’autore a livello globale.

Le nuove cinematografie emergenti sono oggi extraeuropee?

In parte sì, ma emergono grazie a processi che si reggono anche su una struttura europea di supporto, e diffusione, basata sulle reti internazionali dei nostri grandi festival. È un lavoro complesso e articolato con scambi e convenienze reciproche: per esempio l’Hubert Bals Fund (Rotterdam), il World Cinema Fund (Berlino) insieme al Doha Film Institute hanno da vent’anni un ruolo chiave nel valorizzare le cinematografie del Medioriente e altre aree emergenti. È un processo ormai collaudato, ma che andrebbe forse ripensato per evitare il rischio di automatismi che lo irrigidiscano al punto da impedirci il piacere di fare scoperte davvero nuove.

Come sta cambiando il lavoro nei festival di cinema?

Negli anni ’80 e ’90 il lavoro in un festival era meno definito, più spontaneo, e potevamo indirizzarlo in un senso o in altro. Per esempio con Roberto Turigliatto abbiamo lavorato a Torino riferendoci con grande determinazione a una tradizione testuale che era quella della tarda Nouvelle Vague, la cosiddetta Nouvelle Vague di seconda e terza generazione. Con Luciano Barisone abbiamo lavorato tra Alba (Infinity), Firenze (Festival dei Popoli) e Nyon (Visions du Réel) individuando quello che oggi si chiama il documentario creativo, scardinando l’idea radicata in Italia che il documentario è il luogo dell’assenza di messa in scena. Alcuni autori sono cresciuti anche grazie a questi spazi di accoglienza che andavamo creando, penso a D’Anolfi e Parenti, Giovanni Cioni, Pietro Marcello, che erano bravi già da prima ma si sono inseriti con noi in una progettualità che guardava oltre al classico cinema industriale narrativo. Oggi il mio lavoro è più strutturato e articolato, ma nasce da quelle radici umane e culturali.

Cosa vedremo a Locarno 2026?

So già che sarà un bel festival, c’è una squadra e c’è uno schema che funziona, ma i film devono ancora arrivare. E nel 2027 celebreremo gli ottant’anni di storia del festival.

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