Green Economy, indietro tutta? No, bisogna guardare al futuro
Il Festival torna a Parma per guardare al mondo come sarà tra vent’anni. Imprese e big protagonisti del confronto con i giovani su stili di vita e prodotti. Ma serve pragmatismo, senza slogan ideologici
Guido Barilla all'apertura del Green Economy Festival di Parma (© Alberto Spagnolo, ItalyPost)
Da quindici anni il Festival di Parma ha raccontato, spesso in anticipo, l’evoluzione delle imprese italiane verso la sostenibilità. Dai tempi in cui a parlarne erano poche avanguardie — come Gabriele Centazzo di Valcucine, tra i primi a interrogarsi sul rapporto tra cucina, materiali e impatto ambientale, o Daniele Lago, impegnato in un design contemporaneo attento al futuro — fino alle esperienze cooperative radicate nei territori, come Lattebusche, espressione di una filiera lattiero-casearia legata alle montagne del Cadore.
In questo percorso si collocavano anche le prime B Corp italiane, come Zordan e Davines, che già allora iniziavano a integrare temi ambientali e sociali nell’organizzazione, intervenendo su processi produttivi, spazi di lavoro e filiere di approvvigionamento. Imprenditori considerati all’epoca da molti colleghi dei «pazzi visionari». E invece avevano ragione loro.
Una volta compreso che la sostenibilità poteva essere un fattore di competitività, è arrivata la fase della «moda», altrimenti detta greenwashing. Gli anni di Greta Thunberg, delle piazze piene di giovani, dei Ceo riuniti nella Business Roundtable a proclamare, nel 2019, la svolta del capitalismo globale verso un modello che avrebbe superato il dogma del profitto per gli azionisti. Una dichiarazione solenne rivelatasi, presto, una sciocchezza.
In quegli anni il Festival ha cercato di non farsi contaminare dalla moda del momento e di dare spazio a centinaia di piccole e medie imprese che affrontavano con onestà la questione climatica, raccontando quanto fosse difficile diventare davvero più green senza scorciatoie comunicative. Realtà spesso poco note, dal manifatturiero all’agroalimentare, fino a esperienze come Manteco nel tessile o ai conciari raccolti da Unic. Ma non erano solo le «piccole» a muoversi: anche gruppi industriali strutturati come Feralpi, Barilla, Danieli, Verallia, Bios Line, Simonelli, Fitt e Irsap hanno seguito la stessa direzione.
Quando è apparso chiaro che la sostenibilità, concepita come moda o ideologia, era economicamente insostenibile per i ceti popolari, il realismo — anche nell’opinione pubblica — è tornato a prevalere. Chi investe lo fa per profitto; chi guadagna 1.500 euro al mese non sostituisce una caldaia da 1.000 euro con una pompa di calore che può costare dieci volte tanto. E, se la crisi colpisce i più deboli, questi tengono la Panda per vent’anni e non comprano certo le costosissime auto elettriche dei radical-chic della Ztl milanese.
Già due anni fa il Festival segnalava però le crepe di un approccio europeo troppo ideologico. Imprenditori come Giuseppe Pasini, Matteo Colaninno, Francesco Mutti e Andrea Pontremoli lo dissero chiaramente: il riscaldamento globale va combattuto ma non con dirigismi che impongano dall’alto le tecnologie. Un ragionamento valido anche per l’auto elettrica, mito sostenuto da incentivi pubblici, come ricordavano Federico Visentin e Luca De Meo, indicando una via più realistica: elettrico nelle città, ibrido nei percorsi medi, nuove tecnologie e carburanti per lunghe distanze e mezzi pesanti.
Un pragmatismo necessario anche sul fronte energetico, in un mondo in cui i consumi crescono e rinnovabili, nucleare e idrogeno non riescono ancora a sostituire gas, petrolio e carbone. Una situazione drammatica per il clima, certo, ma — si chiedeva già quattro anni fa l’ex ministra Maria Chiara Carrozza — con un parco auto italiano così vecchio quanta CO₂ si potrebbe evitare puntando anche su tecnologie tradizionali ma ad alta efficienza?
Poiché le ideologie si autoalimentano da una parte e dall’altra, questo pragmatismo oggi rischia di essere interpretato come un «indietro tutta». Peccato che il problema del riscaldamento globale — in un pianeta passato in cinquant’anni da quattro a otto miliardi di abitanti — resti e vada affrontato. Anche ripensando un modello di sviluppo che le imprese possono promuovere con vantaggi per sé, per i consumatori e per l’ambiente. Un modello che, come ricorda Roberto Siagri, deve spostarsi dall’economia del possesso a quella dell’uso condiviso.
Da qui parte l’edizione che si terrà la prossima primavera (14-19 aprile), che scaturisce dalla domanda su come sarà il mondo tra vent’anni. A Parma, futura capitale europea dei giovani, imprese e nuove generazioni dovranno interrogarsi su prodotti, consumi e stili di vita. Se il Festival resterà un luogo di elaborazione di idee e non diventerà una passerella di «speaker opportunity», confermerà la sua forza. Se in quindici anni non si è fatto contagiare dalla malattia che caratterizza altri appuntamenti, c’è da dubitare che possa cedere ora.

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