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09 Gennaio 2026, 12:20

Pitti Uomo, i brand sono 740. Ma nel 2014 erano più di mille

Torna a Firenze la fiera della moda uomo. La sfida: attrarre espositori, un quarto rispetto a 10 anni fa. La novità: il beauty. Dal 13 al 16 gennaio alla Fortezza da Basso

Pitti Uomo 109, i brand saranno 740

Pitti Uomo Immagine (Imagoeconomica via Pitti)

Dal 13 al 16 gennaio alla Fortezza da Basso arriva il primo appuntamento della stagione con la moda maschile. Una trasformazione che riguarda stili e tendenze ma anche, e soprattutto, i mercati. Nei primi sette mesi del 2025, a fronte di una crescita dell’import del 5,5%, l’export del menswear italiano è sceso del 3,2%, con rallentamenti importanti nei due mercati chiave: Cina e Russia. Il quadro congiunturale è pesante anche sul fronte industriale: nel secondo trimestre del 2025, nel tessile-abbigliamento-pelle hanno cessato la propria attività 1.035 imprese, pari a 11 aziende al giorno, 9 delle quali artigiane. Segno di una crisi strutturale che sta erodendo la base stessa della filiera.

Il cambiamento, però, non riguarda solo il comparto. I numeri del Pitti raccontano una fiera che non sta semplicemente ‘cambiando pelle’ ma che si è già drasticamente ridimensionata e si trova oggi davanti a un bivio. Nel gennaio 2025 i compratori sono stati 13.300 e i visitatori 20 mila. Dati in crescita rispetto al periodo post-pandemia ma ancora lontani dalle edizioni invernali pre-2020, che vantavano oltre 30 mila buyer e 20 mila presenze. Quella che salta agli occhi però è la differenza nel numero degli espositori, passati dai 1.047 dell’edizione invernale 2014 ai 750 del 2025: una perdita vicina al 30% che, sommata al calo dei buyer, equivale di fatto a un dimezzamento della forza commerciale della fiera nell’arco di un decennio.​

Il capitolo numero 109 di Pitti Uomo ospita circa 740 marchi e inaugura l’area HiBeauty, dedicata alla cosmetica maschile. A caratterizzare l’edizione è il tema Motion, evocazione della necessità di movimento in un periodo di trasformazione. Roberto Collina, ad dell’omonima azienda di knitwear: “È il primo appuntamento dell’anno, permette di farsi un’idea dei mercati. Ed è l’ultima roccaforte internazionale per la moda maschile”.

Pesano l’aumento dei costi – tra logistica, branding, marketing e allestimenti – e un contesto in cui Firenze, pur mantenendo un forte valore simbolico e culturale, risulta sempre meno allineata ai principali snodi internazionali della moda e dei flussi fieristici, oggi concentrati su città come Milano, Parigi o Francoforte. A questo si somma la pressione di un sistema moda italiano che produce meno, esporta meno e vede assottigliarsi il numero di imprese attive, rendendo sempre più difficile per molti brand giustificare l’investimento in uno stand fisico.​

Tutte novità a cui appuntamenti storici come il Pitti stanno cercando di adeguarsi. Ma Giulio Felloni, alla guida dell’azienda tessile Felloni dal 1946 e presidente di Federazione Moda – Confcommercio, non ha dubbi: «È sempre un errore non andarci. È l’unica rassegna rimasta in Italia per la moda maschile». Da qui, sottolinea, nasce l’esigenza di un rinnovamento non più rinviabile, capace di riportare al centro l’interesse dei brand – e non solo: «È importante aprire le porte, non solo ai ‘fornitori’ ma anche ai ‘consumatori’, cioè ai negozianti, che a loro volta sono sempre meno. E soprattutto bisogna rendere il Pitti più ‘fashion’, portare grandi nomi che attirino gli occhi di tutti, specie all’estero». Perché la presenza dei big non è solo questione di immagine: «Dopo le chiusure della Cina e della Russia abbiamo bisogno di cercare sbocco in nuovi mercati. E Pitti può essere un trampolino ma deve tornare a essere percepito come qualcosa di prezioso».​

Più dura la lettura di Gianluigi Scarpellini, direttore di Daritex Sports Wear, nonché in passato frequentatore della fiera: «Pitti è molto più piccolo di dieci anni fa. Il modello tradizionale d’incontro ha perso centralità e i buyer esteri non sentono più la necessità di essere presenti». Il cambiamento non è solo quantitativo ma qualitativo: «Il volume d’affari generato tra gli stand è crollato. Oggi si viene magari per trovare un distributore e fare un po’ di networking ma non per firmare ordini, come invece avveniva una volta».​ E accanto ai professionisti, emerge con sempre più forza un pubblico nuovo: «L’evento si è popolato di persone che vanno a farsi fotografare. È un altro modo di vivere la fiera, che la rende più simile a una fashion week ma toglie il focus dalle relazioni tra operatori».

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