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Simone Matteis

06 Gennaio 2026, 12:17

Deforestazione Ue, è rinvio. Dalle imprese applausi e dubbi

L'Eudr slitta a fine 2026: soddisfatto il settore legno, la pelle vuole l'esenzione. Ma restano nodi irrisolti

Deforestazione Ue, è rinvio. Dalle imprese applausi e dubbi

Jessica Roswall, commissaria europea all'ambiente (© Ansa)

La notizia adesso è ufficiale. L'entrata in vigore del regolamento europeo contro la deforestazione, meglio noto con la sigla Eudr, è stata rinviata di 12 mesi. Lo scorso 17 dicembre il Parlamento europeo ha approvato con 405 voti a favore lo slittamento delle norme e degli obblighi previsti per le grandi aziende al 30 dicembre 2026, mentre micro e piccoli operatori avranno tempo fino al 30 giugno 2027 per adeguarsi agli standard richiesti. In pratica, le aziende che per prime importano nel mercato Ue una serie di prodotti – tra cui cacao, caffè, gomma, carbone, olio di palma, soia, carne bovina e legname – dovranno intensificare i controlli sulle proprie catene di approvvigionamento per dimostrare, attraverso certificazioni e procedure di due diligence, che la materia prima provenga da terreni non disboscati a partire dal 2020. Prevista anche una clausola di revisione, con l’esecutivo Ue che dovrà avanzare ulteriori proposte di semplificazione entro fine aprile.

Il rinvio, spiegano dal Consiglio Ue, «consentirà a operatori, commercianti e autorità di prepararsi adeguatamente», mentre la commissaria all'Ambiente, Jessika Roswall, rivendica un equilibrio che apporti «regole più semplici per le imprese». L'applicazione dell'Eudr prevede lo sviluppo di un sistema di tracciamento digitalizzato affidato alle autorità competenti dei 27 Stati membri, incaricate di ispezionare i prodotti soggetti alle disposizioni del regolamento. «L'Ue stima che la legge potrebbe ridurre le emissioni di gas serra fino a 49 milioni di tonnellate ogni anno, l'equivalente di 18 milioni di auto in meno sulle nostre strade», afferma una ricercatrice della ong britannica Earthsight.

I dati dell'Environmental Investigation Agency (Eia) mostrano come all'inizio del 2025 la deforestazione su scala mondiale abbia causato complessivamente la scomparsa di un'area superiore a 420 milioni di ettari di boschi e foreste, quasi più vasta della stessa Unione europea che – da sola – si stima essere responsabile del 10 per cento della deforestazione in tutto il globo. Il posticipo dell'Eudr sorride alle imprese dei settori coinvolti a partire da quello del legno, già soggetto dal 2013 all'EU Timber Regulation (o Eutr), che impone vincoli di due diligence e tracciabilità lungo la catena di approvvigionamento.

«Così com’è stato disposto, il regolamento Eudr necessita di ulteriori strumenti esplicativi per poter essere applicato e questa nebulosità si ripercuote sui comparti industriali interessati», osserva Marco Luchetti, Responsabile Tecnico Organizzativo della Federazione nazionale Filiera Legno. Lo stallo generato tra negoziazioni istituzionali e richieste di ulteriori semplificazioni ha avuto come conseguenza il congelamento quasi totale delle attività delle imprese. «Tenendo conto anche del periodo di transizione che consente di adeguarsi alle norme, prevedo che la maggior parte delle aziende non si muoverà fin quando non sarà tutto deciso», commenta Angelo Marchetti, presidente di Filiera Legno.

Non tutti nel mondo delle imprese, però, spingono per il rinvio. Tra questi Patrizio Dai Tos, amministratore delegato di Itlas: «Capisco che le certificazioni richieste rappresentino una complicazione in termini burocratici e che ci sia ancora confusione su come ottenerle, eppure le nuove norme regolarizzerebbero i tanti che lavorano sul filo dell’illegalità, con un impatto diretto sui costi», afferma, consapevole di essere «una voce fuori dal coro che spinge per il rinvio». Itlas opera da anni nella foresta del Cansiglio (tra le province di Belluno, Treviso e Pordenone) e in una riserva boschiva certificata in Serbia: «Se ci si rifornisce da foreste già in linea con i parametri vigenti, non servono ulteriori significativi investimenti per poter rispondere all'Eudr».

A riconoscere l’utilità delle norme vigenti è anche l’azienda Panguaneta, vicino Mantova: «L’Eutr ci ha permesso di sperimentare già la tracciabilità del nostro legno, creando cultura e arginando la concorrenza sleale, che esiste e dà molto fastidio». Tuttavia, per quanto «le nuove regole confermano il lavoro svolto negli anni», in vista del passaggio all’Eudr «bisognerebbe affidarsi a sistemi integrati con i sistemi gestionali così da snellire i processi». Secondo Dei Tos, gli adeguamenti richiesti dal regolamento anti-deforestazione avrebbero comunque un impatto minimo, stimabile attorno al 2 per cento del costo complessivo del prodotto. Lo scorso novembre, durante un voto preliminare in emiciclo, l’eurodeputato Dario Nardella fu l’unico italiano a staccarsi dalla linea adottata dai Socialisti scegliendo di astenersi sull’approvazione dell’Eudr, citando espressamente l'impatto negativo di alcune norme sulle imprese conciarie, specie nel distretto toscano.

Un tema complesso, come riconosce la Confederazione Nazionale delle Associazioni dei Conciatori europei (Cotance): «La pelle animale viene definita tecnicamente un sottoprodotto della produzione bovina, con un valore prossimo all'1 per cento del totale dell'animale». È stata proprio la Commissione a inserire la pelle bovina nell'Allegato 1 dell'Eudr in quanto «prodotto derivato dal bestiame», una commodity identificata come motore della deforestazione. Il regolamento prevedeva inoltre una prima revisione dell'ambito di applicazione entro il 30 giugno 2025 vincolata non a riconfermare o escludere la pelle, ma a valutare l'estensione ad altri prodotti ed ecosistemi: nonostante la richiesta di una specifica valutazione d'impatto, ad oggi non è stata ancora pubblicata.

L’industria italiana della pelle – che copre due terzi della produzione europea e quasi un quarto di quella globale – rappresenta «un chiaro esempio di economia distrettuale tipico del nostro Paese», dichiarano dall’Unione dei Conciatori Italiani (Unic). Con oltre mille imprese, in prevalenza medie e piccole, distribuite tra Veneto, Toscana e Campania, e circa 17 mila addetti, il settore genera un fatturato complessivo di quasi 5 miliardi di euro. Gli allevamenti italiani, tuttavia, coprono solo il 10 per cento del fabbisogno totale di pelli grezze, mentre quasi il 50 per cento proviene da Paesi extra-Ue. «Bloccare gli acquisti da queste aree del mondo è difficile, perché non siamo considerati clienti importanti e quindi non abbiamo influenza sui fornitori», commentano da Conceria Settebello, nel distretto di Santa Croce (Pisa), aggiungendo che «oltre ai dati di geolocalizzazione, bisognerà indicare anche informazioni di know-how che in molti non saranno disposti a fornire». Una situazione che «minaccia di favorire la delocalizzazione delle imprese produttive», come affermano dall’azienda Ghiropelli, anch’essa nel Pisano: «Le lobby Usa della carne hanno già fatto sapere che non forniranno alcuna certificazione a noi europei». Con una conseguenza piuttosto implicita: «Gli americani venderanno la loro pelle ai cinesi, che creeranno prodotti ancora più a basso costo e in quantità sempre più elevate da immettere poi nel mercato Ue».

Di fronte all’impasse istituzionale, le associazioni di categoria hanno commissionato alla Scuola Superiore Sant'Anna dell'Università di Pisa un'analisi ambientale comparativa, i cui risultati smentiscono l'esistenza di un legame diretto tra la produzione di pelle e la deforestazione, proprio in virtù della sua natura di sottoprodotto. Lo studio evidenzia inoltre i rischi legati a uno spostamento degli hub produttivi verso la Cina, dove vigono standard ambientali meno rigorosi che in Europa, nonostante alcune ong – tra cui la stessa Earthsight – contestino la completezza di queste conclusioni, citando report che collegano l'industria europea agli allevamenti connessi alla deforestazione dell'Amazzonia.

«In quasi nessun'altra filiera bovina extra-Ue esistono sistemi di tracciabilità singola degli animali e, considerate le quantità esigue importate dall'Europa [circa il 5 per cento del consumo totale, ndr], probabilmente i fornitori extra-Ue non si sentono incentivati a implementare quanto richiesto», spiegano dall'Unic, in linea con i timori degli operatori. «Così com'è, l'Eudr rischia di favorire la delocalizzazione della filiera delle pelli, rafforzando la concorrenza dei prodotti finiti provenienti dall'estero che utilizzano le stesse materie prime, alleggerite però dal “dazio” del regolamento anti-deforestazione».

Nell’articolato scenario che ha portato allo slittamento dell’Eudr, la Commissione Ue presenterà entro la fine di aprile 2026 un pacchetto di semplificazioni integrative, a cominciare dai sistemi di tracciamento e geolocalizzazione delle materie prime. Fino ad allora, il regolamento rimarrà sostanzialmente in stand-by: come sottolineano da Earthsight, questa «incertezza legale rende difficile per le aziende intenzionate a investire nel rispetto della legge giustificare quegli investimenti». I prossimi mesi saranno decisivi per delineare il futuro dell’Eudr, tra i regolamenti più discussi a livello comunitario, mentre si attendono anche i nuovi dati sulla deforestazione globale. Un tema che, dovunque lo si osservi, certo non trae beneficio dallo stallo normativo.

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