Il crollo di Aeffe. Dai fasti della moda al peso dei debiti
Scelte sbagliate e tempismo fatale per Aeffe. Ora la crisi minaccia il futuro dell’azienda
Alberta Ferretti (© Luigi Mistrulli, Imago Economica)
Dallo splendore abbagliante delle fashion week a una crisi che con l’eleganza delle passerelle non ha nulla a che fare: è questa la parabola discendente di Aeffe, la casa di moda fondata dai fratelli Alberta e Massimo Ferretti, oggi precipitata in una situazione così grave da dover annunciare, lo scorso dicembre, il licenziamento del 40% dei dipendenti. Una caduta che fa ancora più rumore se si pensa alla strada compiuta dalla giovanissima Alberta, che – racconta chi c’era già all’epoca – imparava a cucire nella merceria della madre Dorina, tra orli, abiti da sposa e qualche errore iniziale, sempre con quell’aria a metà fra l’ambizione e la superiorità di chi immagina già per sé un grande futuro. Eppure, trasformare una merceria in un gruppo strutturato non significa automaticamente saperlo guidare oltre le mareggiate della crisi della moda, e aver scritto un pezzo di storia non equivale a possedere quella visione strategica e quella solidità che sanno accompagnare la crescita negli anni, anche e soprattutto quando le cose si fanno difficili.
Così il ricordo dei tempi in cui Alberta apriva il suo primo negozio di abbigliamento vero e proprio e iniziava a produrre sue creazioni lascia spazio all’amara realtà di oggi. Aeffe, che controlla i marchi Moschino, Philosophy e Pollini oltre ovviamente ad Alberta Ferretti, è entrata nell’ottobre 2025 nella procedura di composizione negoziata della crisi, uno strumento pensato per sostenere le imprese in difficoltà prima dell’insolvenza. E a San Giovanni la tensione si è fatta palpabile: molte dipendenti si trincerano dietro un muro di silenzio lasciando trapelare solo l’angoscia, altri parlano con grande cautela, perché comunque dir male dei Ferretti non si può, anche quando mandano a casa 221 dipendenti. Del resto, in un paese di 9.500 abitanti, quasi tutti, direttamente o indirettamente, hanno incrociato quell’azienda almeno una volta, considerando che nei tempi migliori dava lavoro a 1.500 persone.
I numeri di oggi però non lasciano scampo. Dopo un 2022 chiuso con oltre 352 milioni di ricavi, il 2023 ha segnato un primo calo del 9,4% a 318 milioni, seguito da un ulteriore -21,3% nel 2024 a 251 milioni. Nei primi sei mesi del 2025 una nuova flessione del 28%, con fatturato scese a 100 milioni. Le perdite, al netto dell’annus horribilis del 2020, iniziano nel 2022 con -9 milioni, peggiorano nel 2023 fino a quasi -32 milioni e vengono messe in pausa nel 2024 solo grazie a un’operazione straordinaria: la cessione delle licenze Moschino, che vale quasi 90 milioni e regala all’azienda un utile di 19,5 milioni, del tutto estraneo al business ordinario. Non a caso nel 2025 Aeffe è tornata in rosso per 28,5 milioni nel solo primo semestre. Gli ultimi esercizi, insomma, hanno rappresentato un autentico bagno di sangue. Nel mentre, però, Massimo e Alberta (lui presidente, lei vicepresidente oltre che direttrice creativa del suo marchio fino allo scorso settembre) si sono portati a casa, entrambi, un milione e trecentomila euro di compenso circa – poco più l’uno, poco meno l’altra stando alle dichiarazioni del 2023 – nonostante le perdite dell’azienda. Senza contare i quasi cinquecentomila euro del figlio di Alberta, Simone Badioli per il ruolo di amministratore delegato, e i 200mila euro del figlio di Massimo, Francesco Ferretti, come consigliere. Eppure, anche di fronte a questo dato che si potrebbe giudicare scandaloso, le reazioni in paese restano smorzate, trattenute. Solo una smorfia, ché criticare, lo dicevamo, in paese non si può e non si deve.
Ma che cosa ha portato al tracollo una realtà che, fino al 2020, aveva sempre chiuso i bilanci in attivo? E che in Borsa ha visto il titolo erodersi fino a 0,23 euro per azione, perdendo oltre il 72% del valore solo nell’ultimo anno? A ben vedere, scelte imprenditoriali sbagliate, a cui si è aggiunta certo anche un po’ di sfortuna. Le due operazioni che più hanno inciso sono l’acquisizione del 30% di Moschino (Aeffe ne controllava già il 70%) e la riorganizzazione della distribuzione in Cina, passando dalle vendite a clienti terzi a un modello gestito direttamente. Queste due mosse hanno fatto crescere l’indebitamento di oltre 90 milioni nel 2022, portando la posizione finanziaria netta a quasi 232 milioni di debiti. Dal punto di vista strategico sarebbero potuti sembrare passi logici: Moschino era il brand più forte del gruppo, esploso negli anni della direzione creativa di Jeremy Scott, soprattutto in Asia, e averne il controllo totale prometteva maggiore velocità decisionale e migliori ritorni. Allo stesso modo, diventare distributori diretti in Cina rifletteva le indicazioni degli studi di big come Bain e Fondazione Altagamma, che esortavano a puntare sui canali proprietari. L’errore però è stato nel timing: il 2022 è stato l’ultimo anno brillante per il lusso, e già nel 2023 i consumi hanno iniziato a frenare bruscamente, con la Cina protagonista di un vero crollo. Un incidente lungo il percorso non del tutto prevedibile, certo. Con ricavi intorno ai 350 milioni ed Ebitda fra i 30 e i 40 milioni (37 nel 2022), esporsi però per ulteriori 90 milioni rispetto al debito già contratto – e farlo per altro totalmente a leva – è stata indubbiamente una scelta ad alto rischio. Rischio che si è concretizzato in pieno. A tutto ciò si è aggiunto il peso degli interessi: il debito, contratto quasi interamente a tasso variabile, dal luglio 2022 ha iniziato a costare parecchio, 11 milioni nel 2023 e 12,3 milioni nel 2024.
Su Moschino, poi, si è abbattuta una serie di sfortunati eventi. Dopo dieci anni con Jeremy Scott, nel 2023 il rapporto si è chiuso. A sostituirlo il nuovo direttore creativo David Renne, arrivato a bordo ben otto mesi dopo, per precedenti vincoli contrattuali. Ma solo nove giorni dopo essere entrato effettivamente in carica, Renne è improvvisamente scomparso. Di nuovo punto a capo, proprio nell’anno del quarantennale del marchio che avrebbe richiesto una forte spinta. Un interregno di un anno, complessivamente, fino all’arrivo di Adrian Appiolaza. Dodici mesi in cui sono uscite, comunque, quasi cinque collezioni con un ufficio stile costretto a procedere da solo, senza la direzione e la visione di un nome di peso.
A questo si somma un altro errore di tempismo: nel 2019 Alberta e Massimo Ferretti avevano avviato un piano di crescita che prevedeva importanti investimenti sul personale. Un piano ragionevole in vista di un balzo da 350 a 500 milioni di fatturato che la famiglia voleva affrontare. Ma la pandemia prima e la crisi del lusso poi hanno trasformato quelle risorse in un fardello pesantissimo. Nel 2023 escono 100 dipendenti, nel 2024 altri 120. E va ricordato che l’azienda non è mai stata particolarmente efficiente: anche negli anni migliori, fra il 2015 e il 2019, la marginalità è rimasta ben sotto la media del settore, che si aggira intorno al 20%. Aeffe ha raggiunto un massimo del 14,6%, frenata soprattutto dal marchio Alberta Ferretti, storicamente poco profittevole per via di inefficienze gestionali e di un organico difficilmente ridimensionabile, anche per volontà della fondatrice. Del resto, il mondo della moda – come ricordano gli esperti di processi aziendali – è tra i settori più arretrati in termini di efficienza: i margini molto alti hanno spesso permesso di ignorare sprechi e rigidità strutturali.
La combinazione di tutti questi fattori ha portato all’avvio della cassa integrazione per le circa 400 persone ancora impiegate a San Giovanni in Marignano, dopo le 70 uscite dello scorso anno. E al taglio delle 221 persone all’orizzonte: una misura drastica ma ritenuta necessaria per riportare il gruppo a una dimensione sostenibile. Con un filo di cinismo si potrebbe dire che questa decisione andasse presa prima, ma pare che i Ferretti abbiano sempre cercato di rinviare un passaggio doloroso per un’azienda che, nel territorio, è stata per decenni un simbolo di lavoro e prosperità. Ancora più impegnativa sarà la prova dei prossimi mesi: il settore del lusso tornerà a crescere? C’è già chi sostiene che, se entro metà del prossimo anno il mercato non avrà dato segnali di ripresa, i tagli al personale non basteranno per rilanciare la società. In quel caso, secondo fonti che conoscono bene l’azienda, la vendita (svendita, dicono) potrebbe diventare un’ipotesi concreta.

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