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07 Gennaio 2026, 16:09

L'andamento

Rallenta la caduta delle calzature. Segnali di recupero dall’export

Continua a dominare il segno meno in termini di valore a livello nazionale. Prendono invece fiato le esportazioni

Rallenta la caduta delle calzature. Segnali di recupero dall’export

Operaia di produzione in un calzaturificio (Matteo Carlocchia, Imagoeconomica)

«Il quadro resta difficile, ma il terzo trimestre mostra una riduzione della caduta e una prima luce in fondo al tunnel recessivo». Così Giovanna Ceolini, presidente di Assocalzaturifici, commenta i risultati dell’ultima indagine congiunturale del Centro Studi di Confindustria Accessori Moda, condotta su un campione rappresentativo di imprese associate. Dopo un primo semestre pesante, il periodo luglio-settembre 25 ha chiuso con un calo tendenziale del fatturato limitato allo 0,9%, migliorando la media dei primi nove mesi, che si attesta sul -4,1%. A portare sollievo sono i segnali che iniziano ad arrivare dai mercati esteri: l’export, che da solo vale l’85% del giro d’affari del settore, è infatti in recupero in regioni quali la Lombardia, il Piemonte e la Toscana. E anche se a livello nazionale continua a dominare il segno meno in valore, stanno aumentando i volumi di calzature Made in Italy vendute nel mondo. Tanto che Assocalzaturifici stima per il totale 2025 un fatturato complessivo a 12,8 miliardi di euro, in calo di soli tre punti (-3,1%) rispetto all’anno precedente.

Un comparto strategico ma fragile

Nonostante le difficoltà, l’Italia resta leader in Europa nella produzione calzaturiera (125 milioni di paia nel 2024, pari al 30% del totale UE), terzo esportatore mondiale per valore dopo Cina e Vietnam, e secondo nel segmento della calzatura in pelle. E il settore - dove operano oltre 3.300 imprese e circa 71mila addetti – si conferma cruciale per la bilancia commerciale del Paese, con un saldo stabilmente attivo che ha superato nel 2024 i 5 miliardi di euro. La struttura produttiva frammentata non ha certo aiutato a reggere l’onda d’urto di concorrenza asiatica, dazi e calo della domanda mondiale di beni voluttuari: oltre il 90% delle aziende italiane, secondo i dati Cribis, è infatti classificata come micro o piccola impresa, rendendo più vulnerabili le filiere. E anche nei primi nove mesi del 2025 il numero di calzaturifici attivi ha continuato a calare, con un -3,4% su base annua e una flessione del 2,3% degli addetti. Le ore di cassa integrazione guadagni autorizzate nella filiera pelle hanno superato i 26,7 milioni (+2,5%), sebbene in netto calo nel terzo trimestre (-20,5%).

12,8 miliardi di fatturato
85% giro d'affari di export
7 le regioni chiave
-26% le vendite alla Cina

Il motore produttivo batte nei distretti

La forza storica del comparto risiede nei distretti industriali, che interessano 23 province concentrate in sette regioni chiave: Marche, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia, Emilia-Romagna e Puglia. Il distretto del Fermo-Maceratese resta il più popoloso e importante (30,5% delle imprese nazionali), con poli specializzati per tipologia di prodotto (uomo a Montegranaro, bambini a Monte Urano, donna a Civitanova). La Riviera del Brenta, tra Venezia e Padova, si conferma riferimento per il lusso donna. Firenze e Santa Croce primeggiano per numero di addetti e qualità produttiva, mentre San Mauro Pascoli, nel Basso Rubicone romagnolo, Vigevano in Lombardia e il distretto sannita campano continuano a rappresentare capisaldi regionali.  I trend dei distretti non sono affatto omogenei, secondo le stime sull’export dei primi nove mesi diffuse ieri da Assocalzaturifici. L’Emilia-Romagna arretra del 10,9% e perde aziende e addetti. Il Veneto cede il 7% delle vendite estere, le Marche flettono del 4,4% (-122 imprese, -239 occupati). Ancora peggiore la performance campana: -11,9% di export. In controtendenza la Toscana, che cresce del 5,1% grazie all’export verso gli USA (+37,3%), pur con 403 addetti in meno. Bene anche la Lombardia: +9,5% in valore, ma con 22 imprese chiuse e 347 occupati persi. Il Piemonte spicca con un +13% e dinamiche positive verso Emirati Arabi (+44%) e USA (+10%).

Export: aumentano le quantità, calano i valori

Quel che è certo è che il peggio sembra ormai alle spalle. Secondo i dati ufficiali Istat, fermi ai primi otto mesi del 2025, l’export italiano di calzature e componentistica ha raggiunto i 7,72 miliardi di euro (-1,3%), ma i volumi sono cresciuti del 4,3% (131,8 milioni di paia). Il prezzo medio è sceso a 58,6 euro (-5,3%), segnalando un riassestamento dopo i forti rincari del biennio precedente. Il Vecchio Continente resta il primo mercato (+2,2% in valore, +7,6% in volume), ma è il Medio Oriente l’area più dinamica e promettente (+13%), a fronte invece della débâcle nel Far East: Cina -24,6%, Giappone -10%, Corea del Sud -13,4%. Il mercato statunitense ha risentito dei nuovi dazi imposti dall’amministrazione Trump nella primavera 2025, ma la penalizzazione dei prodotti asiatici ha di fatto aiutato la tenuta delle produzioni europee e tricolori. Secondo un’indagine di Assocalzaturifici, il 55% degli esportatori italiani giudica “gestibile” l’impatto delle nuove regole e tariffe commerciali.

Prospettive 2026: riposizionamento e aperture

Per affrontare il 2026, spiega Ceolini, sarà cruciale mantenere la presenza nei mercati maturi e aggredire quelli a maggiore crescita, a partire dal Medio Oriente. Dopo anni di concorrenza asiatica a basso costo, la reputazione del Made in Italy torna a giocare un ruolo decisivo. In questo scenario, l’atteso accordo commerciale Ue-Mercosur apre nuovi spazi: nel 2024 l’Italia ha esportato accessori moda per 73,6 milioni di euro nei Paesi Mercosur. Se sostenuta da politiche promozionali mirate, la ripresa può consolidarsi in una nuova stagione di espansione selettiva. Senza però perdere di vista le due sfide strutturali: sostenibilità e competenze. L’adeguamento alle nuove direttive UE su economia circolare, tracciabilità e materiali green richiede investimenti, supporti tecnici e visione industriale. E servono profili capaci di coniugare saperi artigianali e know-how digitali nei distretti produttivi. Secondo Confindustria Accessori Moda, la formazione continua è diventata una leva strategica per l’innovazione e la competitività.
Da segnalare che Marubeni Consumer Us ha acquisito il gruppo Jacobson, proprietario di un portafoglio di marchi di calzature che include Gola, Lotus, Ravel e Frank Wright.

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