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11 Gennaio 2026, 14:52

L’Italia dei company-borghi, dove l’industria costruisce comunità e futuro. Con molte opportunità e qualche rischio

Né città industriali, né paesi della città infinita. Sono borghi di collina e montagna ma non “non luoghi” turistici da cartolina. Lì singole industrie animano la comunità portano benessere duraturo e servizi I rischi: equilibri ambientali e monocultura produttiva

L’Italia dei company-borghi, dove l’industria costruisce comunità e futuro. Con molte opportunità e qualche rischio

Esterno dello stabilimento di Luxottica ad Agordo (Canio Romaniello, Imagoeconomica)

In Italia la parola borgo ha preso una piega precisa. Evoca turismo, fine settimana lenti, qualche incentivo pubblico e molta narrazione. È l’Italia delle pietre a vista e delle insegne curate, raccontata come antidoto allo spopolamento e come nuova frontiera dello sviluppo. Ma è un racconto parziale. Perché mentre l’attenzione si concentra sui borghi turistici, resta in ombra un’altra geografia, meno fotogenica ma decisiva: quella dei paesi che restano vivi – e prosperano - grazie all’industria.

Per raccontarla serve un’altra categoria. Possiamo chiamarli company-borghi. Un’espressione che richiama le company town del Novecento – Torino con la Fiat, Taranto con l’Ilva, Ivrea con l’Olivetti, Valdagno con la Marzotto, Schio con la Lanerossi – che qui descrive una realtà di piccoli comuni, alcuni che non arrivano nemmeno a 1.000 abitanti, in cui una singola piccola o media impresa svolge una funzione strutturale per il territorio. Piccoli paesi che senza quell’azienda risulterebbero tra quelli in via di spopolamento. 

Non parliamo infatti dei tanti comuni che stanno nella “città infinita” della Pianura Padana, quella distesa continua di capannoni, logistica e residenze che costituisce nei fatti un’unica grande città. Certo, anche in quei comuni ci sono imprese che da sole fanno l’intera comunità, come ad esempio, nel padovano, dove la Stevanato Group segna l’intera vita del piccolo comune di Piombino Dese dove è insediata. Sono altrove. Stanno nelle colline e nelle montagne, ma talvolta anche in territori pianeggianti ai margini dei grandi flussi delle province laterali della pianura padana. Sono paesi che non hanno alternative evidenti: o restano luoghi produttivi, oppure muoiono. Al massimo, per quelli di pianura, diventano Amazon – Borghi, cioè centri senza nessuna altra vita che quella della logistica.

In questi contesti l’impresa non è una variabile astratta. È una presenza quotidiana. Tiene insieme lavoro, reddito, servizi. Giustifica una scuola, una linea di trasporto, un’offerta abitativa. Senza quell’azienda, il paese non si trasforma in un borgo “più bello”: si svuota. Diventa uno spazio di consumo temporaneo, un fondale. Un non luogo nel senso più concreto del termine: visitato, fotografato, ma non abitato.

Ci sono esempi noti, che aiutano a capire il modello. Agordo, nel Bellunese, dove Luxottica ha dimostrato che una grande impresa globale può restare in un contesto alpino e, anzi, farne un punto di forza. Solomeo, frazione umbra dove Brunello Cucinelli ha scelto di collocare la sede della sua azienda, legando il marchio a un progetto di recupero del borgo. Varano de’ Melegari, Appennino parmense, dove Dallara ha costruito attorno a un piccolo comune un polo di ingegneria avanzata: il piccolo paese montano si è convertito in un distretto di altissima competenza, capace di attrarre giovani da tutto il mondo. E poi c’è il caso di Loccioni, che in un angolo della provincia di Ancona, Angeli di Rosora, ha saputo svilupparsi in forte simbiosi con il territorio: ha generato occupazione qualificata, trattenendo competenze che altrimenti sarebbero verosimilmente emigrate, e ha creato un ecosistema locale di scuole e imprese con cui collabora stabilmente.

Ma l’Italia è piena di realtà di questo tipo, di company – borghi meno noti.  C’è Sabbioneta, piccolo comune mantovano, sede peraltro del bellissimo Teatro Olimpico, dove l’azienda Panguaneta della famiglia Azzi contribuisce alla vita di quel comune producendo pannelli in compensato di pioppo. C’è Filottrano, piccolo comune collinare delle Marche, dove si è sviluppata Lardini, sartoria di alta gamma diventata sinonimo di eccellenza nel tailoring maschile internazionale che rappresenta il principale bacino occupazionale del territorio. C’è Fabiana Filippi, a Giano dell’Umbria, dove una media impresa ha impedito che il paese perdesse le sue storiche competenze nella produzione di abbigliamento di lusso. C’è la Vaccari & Bosi, sull’Appennino emiliano, dove la fabbrica è diventata anche luogo di formazione, perché senza competenze il borgo di Pievepelago rischia concretamente di non ha futuro. E poi Comelit, a Rovetta (BG), dove l’industria continua a fare da argine allo spopolamento.

In tutti questi casi il filo è lo stesso: capitalismo di prossimità. Un capitalismo che non può permettersi di essere estrattivo, perché vive a contatto diretto con il territorio. Che deve fare i conti con la scarsità di manodopera, con la distanza dai grandi nodi logistici, con la qualità della vita come fattore produttivo. Qui attrarre persone conta assai di più che attrarre capitali. E la competizione non è solo sul mercato, ma sull’abitare.

Questo non significa idealizzare i company-borghi. La dipendenza da una sola impresa resta un rischio. La monocoltura industriale può essere fragile quanto quella turistica. La storia italiana insegna che quando un’azienda entra in crisi, il territorio paga un prezzo altissimo. Ma c’è una differenza sostanziale: l’industria pone il problema del lavoro stabile, non della rendita. Costringe a interrogarsi su scuola, formazione, casa, infrastrutture. In altre parole, sulla comunità.

I company-borghi ricordano che, in un Paese manifatturiero come l’Italia, senza produzione non c’è territorio che regga a lungo. E che forse, prima di immaginare nuovi borghi da promuovere, bisognerebbe guardare con più attenzione a quelli che resistono perché qualcuno, ogni mattina, apre le porte di una fabbrica.

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