Il declino dei borghi-cartolina- Le aree interne vivono solo se c’è industria
Andrea Ferrazzi, direttore generale Confindustria Belluno Dolomiti
«Le aree interne vivono solo se c’è industria». A dirlo è Andrea Ferrazzi, direttore generale di Confindustria Belluno Dolomiti e autore di Futuro ad alta quota. Montagne, aree interne e periferie. La rivincita dei luoghi che vogliono contare (Rubettino, 2025). La tesi è netta: se i territori periferici inseguono l’immaginario del “borgo cartolina”, «sono condannate a un lento – e neanche tanto lento – declino». Non a caso, osserva, persino la parola borgo spinge verso una lettura romantica e nostalgica.
Ferrazzi colloca il ragionamento dentro un filone di studi sulle diseguaglianze territoriali: «Moretti, Corrò, Buciuni, Rodriguez, Polso» convergono sul fatto che oggi la crescita economica venga generata soprattutto da pochi grandi hub urbani internazionali – «Shanghai, Parigi, Londra, la Silicon Valley, Milano» – capaci di «attrarre capitali, competenze, talenti, innovazione». I luoghi più periferici pagano il conto: fuga di giovani e cervelli e distretti spesso «ancorati a logiche del Novecento».
Ma se i giovani se ne vanno dal Sud perché non trovano un’occupazione e se ne vanno anche dal Nord «dove invece c’è e anzi c’è carenza di manodopera», allora la ricerca del lavoro non basta a spiegare tutto. Esiste, sostiene Ferrazzi, una frattura «emotiva»: «Territori che guardano al futuro con fiducia e territori che vivono il cambiamento come minaccia, rifugiandosi nella nostalgia». È una dinamica che ha ricadute anche politiche: «In queste aree le forze populiste hanno maggior consenso e lo dimostrano tanti casi nel mondo, come gli Stati Uniti del primo Trump, la Brexit e le destre radicali in Europa».
Ma perché il cambiamento in alcuni casi è percepito come una minaccia? «Dipende dalla narrativa dei luoghi – risponde l’autore –. Se un territorio si racconta come marginale e si aggrappa alla retorica della lentezza, della vita agreste, della fatica e del sacrificio, finisce per respingere proprio ciò che serve ad attirare giovani e competenze. Nelle metropoli, invece, è vissuta come opportunità». La sintesi è spietata: «Se un territorio si pensa periferia, non diventerà mai centro».
Eppure, ricorda Ferrazzi, «la geografia non è il destino». La via d’uscita passa allora proprio dalla «presenza di imprese manifatturiere, possibilmente di grandi dimensioni» ed «ecosistemi dell’innovazione», cioè poli di alta formazione, centri tecnologici e, soprattutto, «tutto quello che ha a che fare con la grammatica del futuro». È qui che nascono i company-borghi: non luoghi-museo, ma comunità produttive in cui l’impresa ancora tiene insieme lavoro, identità e prospettiva.

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