C’è salario e salario. Le disparità nei contratti
Il problema riguarda i servizi e il settore pubblico ma non l’industria, dove i rinnovi sono al passo
Per gli operatori del cinema, il contratto è scaduto nel 1999 (Shutterstock)
La firma sul rinnovo del contratto della scuola, università e ricerca 2022-2024 è arrivata solo poche ore prima di Natale, con un anno di ritardo. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha fatto sapere di voler chiudere quello del biennio 2025-2027 entro la fine di quest’anno. Con altri dodici mesi di ritardo, quindi. Ma sarebbe comunque un miracolo per il lavoro pubblico, dove i tempi di attesa per il rinnovo di un contratto collettivo sono in media di più di trenta mesi. Tant’è che tutti i dipendenti pubblici italiani (oltre 3 milioni) hanno inaugurato il 2026 lavorando con contratti scaduti e stipendi fermi.
Basta scorrere l’archivio nazionale del Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, per capirlo. Dei 24 contratti e accordi del pubblico, la metà sono scaduti da cinque anni, altri nove a fine 2024. E poi c’è il caso limite dei 277 dirigenti della Presidenza del Consiglio, che il 2 dicembre 2025 hanno rinnovato il contratto del biennio 2019-2021. Con “soli” sette anni di ritardo.
Nel settore dei servizi, va anche peggio, con contratti scaduti anche da più di dieci anni. Fino agli addetti delle troupe del cinema, che lavorano ancora con il contratto scaduto addirittura dal 1999. Dopo un aggiornamento delle tabelle retributive nel 2004, si sono tenuti diversi incontri nel 2025, ma la trattativa è ancora in corso e chissà quando si chiuderà.
È questo il quadro che bisogna avere in mente quando in Italia si parla di salari stagnanti. La questione infatti riguarda soprattutto i servizi, pubblico impiego incluso, che rappresentano però circa il 70 per cento dei lavoratori dipendenti, e non l’industria, che occupa invece appena il 20% della forza lavoro.
Se guardiamo all’archivio del Cnel del settore privato, viene fuori tutta un’altra fotografia. Nell’agricoltura c’è un solo contratto scaduto. Nella manifattura, dei contratti firmati da Confindustria, ne risultano scaduti dieci su 59. Nel mondo Confapi, hanno un contratto scaduto circa 33mila operai delle industrie dei materiali da costruzione, del sughero, del mobile e dell’arredamento. Mentre il contratto delle pmi metalmeccaniche, scaduto nel 2024, che interessa quasi 37mila lavoratori, è stato rinnovato per il momento solo nella parte economica.
La fazione dei contrari al salario minimo, dalla destra alla Cisl, sostiene che la soluzione per avere salari dignitosi sta nella contrattazione collettiva. Ma dipende molto dove lavori e che contratto hai. Anche se non si tirano in ballo i cosiddetti “contratti pirata”, i rinnovi degli ultimi anni dimostrano che le differenze tra settori sono enormi, tanto nei tempi quanto negli aumenti salariali.
Tra il 2024 e il 2025 si sono firmati quasi un centinaio i rinnovi contrattuali sottoscritti dalle federazioni di categoria di Cgil, Cisl, Uil. Ai due opposti ci sono da un lato i contratti del commercio, della ristorazione e del turismo, che coprono più di cinque milioni di lavoratori, rinnovati a giugno 2024 con oltre quattro anni di ritardo. E dall’altro il contratto chimico-farmaceutico, rinnovato addirittura in anticipo con un plus salariale per recuperare il picco di inflazione. Negli ultimi vent’anni, il gap salariale tra l’industria e il resto dell’economia si è mosso tra i 16 e 21 punti percentuali. Un abisso.
Ovviamente, non tutti i comparti dell’industria registrano pratiche virtuose come i chimici. Nell’edilizia, legno e arredamento, ad esempio, ci sono ancora circa 40mila lavoratori con contratti scaduti tra 2015, 2022 e 2023.
L’ultima rilevazione Istat sui contratti collettivi, relativa al terzo trimestre del 2025, riportava che i contratti in attesa di rinnovo a fine settembre 2025 erano 29 e coinvolgevano circa 5,6 milioni di dipendenti, il 43% del totale. La rilevazione copre tutto il mercato del lavoro, sia pubblico sia privato: i contratti in attesa di rinnovo nel pubblico erano il 100%, nei servizi il 9,7%, nell’industria il 52,8%. Ma questi dati sono precedenti alla firma del rinnovo del contratto dei metalmeccanici del 22 novembre 2025, che da solo interessa 1,7 milioni di lavoratori.
In questi anni di grande inflazione, solo pochi settori hanno ottenuto con la contrattazione aumenti salariali importanti. Ma se si guarda alla media, la contrattazione ha fallito il compito di proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori.
Nel 2023, quando l’inflazione era anche oltre l’8 per cento, il tempo medio di attesa dei rinnovi è aumentato da 20,5 a 32,2 mesi. Quando poi i contratti sono stati rinnovati, nel 2024 e nel 2025, l’inflazione era già scesa al 2 per cento. E nel momento in cui ci si è seduti al tavolo, gli incrementi salariali – come prevede il funzionamento di molti contratti collettivi – non sono stati adeguati all’inflazione passata (più alta) ma a quella prevista nei tre anni successivi (il cosiddetto indice Ipcs depurato dei beni energetici), che è più bassa.
Le retribuzioni in media nel periodo 2020-2023 sono salite dell’8 per cento mentre l’inflazione cresceva del 17 per cento. Il pubblico impiego, che non segue neanche l’indice Ipca ma un altro tipo di contrattazione, ha rinnovato in ritardo molti contratti nel 2024 al 5,78 per cento. Ben al di sotto del caro inflazione.
Le caratteristiche stesse di settori come la metalmeccanica o la chimica, certo, permettono aumenti salariali più alti, trattandosi di settori ad alta intensità di capitale, nei quali il costo del lavoro ha un peso minore. Nei servizi, invece, si trova la parte più fragile del tessuto produttivo, quello che non riesce a compensare gli aumenti del costo del lavoro con aumenti della produttività.
La contrattazione collettiva italiana finisce così per diventare anche un generatore di disuguaglianze. Tant’è che in molti casi è intervenuta pure la magistratura ad accertare che la retribuzione prevista in alcuni contratti, dalla vigilanza ai lavoratori del teatro, non fosse capace di «assicurare una esistenza libera e dignitosa al lavoratore e alla sua famiglia», come recita l’articolo 36 della Costituzione.
Nella legge di bilancio, ora, il governo ha inserito una flat tax al 5% sugli aumenti contrattuali del settore privato, con l’obiettivo di incentivare i rinnovi dei contratti. La detassazione all’inizio era limitata ai contratti firmati nel 2025 e 2026, e solo fino a 28mila euro di reddito all’anno. Poi un subemendamento del governo ha esteso lo sconto anche ai contratti sottoscritti nel 2024 (estendendo il reddito a 33mila euro). Un trucchetto per includere anche il contratto del commercio. Quello rinnovato con oltre quattro anni di ritardo. Dove non arrivano gli aumenti di stipendio, interviene lo sconto fiscale. A spese dei contribuenti, ovviamente.

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