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Giulia Betti

11 Gennaio 2026, 18:55

Capitali italiane della cultura, rito o politica pubblica? Perché il titolo promette sviluppo ma lascia poche eredità

Una policy senza valutazione premia (solo) chi parte già avvantaggiato. Senza governo e senza misura il modello si consuma da sé. E il dopo resta senza progetto vero

Capitali italiane della cultura, rito o politica pubblica? Perché il titolo promette sviluppo ma lascia poche eredità

Il manager culturale Paolo Verri (Sergio Oliverio, Imagoeconomica)

Ad Agrigento l’unica cosa che ha funzionato con regolarità è stata lo scorrere del tempo. Dodici mesi, come ovunque. Per il resto, la Capitale italiana della cultura 2025 si è consumata in una sequenza di ritardi, progetti incompiuti e rendicontazioni opache, fino alla bocciatura senza appello della Corte dei Conti: su 44 interventi previsti dal dossier, a poche settimane dalla chiusura solo quattro risultavano conclusi; oltre sei milioni di euro pubblici impegnati senza evidenze chiare sui risultati; nessuna verifica su presenze, mobilità turistica, impatto economico. Un caso archiviato con l’ormai classico lessico del “margine di miglioramento”. Poi il tempo è passato. E con il tempo, anche il titolo. 

Il caso agrigentino serve a rimettere a fuoco una domanda non nuova: a cosa serve davvero questo titolo? E soprattutto: è una politica pubblica o un dispositivo simbolico ad alta intensità e breve durata? Il manager culturale e anche direttore del dossier Matera 2019 Paolo Verri, che di questo percorso conosce possibilmentte genesi e torsioni, afferma: l’idea fu «furba» di Franceschini, perché adattava l’esperienza europea di Matera a molte città italiane di media dimensione. Ma con un effetto collaterale: «In Italia siamo una nazione di tifosi. È più importante sapere chi ha vinto che perché ha vinto». Il risultato è un progressivo affollamento di capitali, sottocapitalI, titoli tematici, fino a rendere il marchio sempre più familiare e sempre meno distintivo. 

Da qui nasce la progressiva inflazione del titolo. Non solo per il moltiplicarsi delle Capitali “di settore”, ma per una selettività debole che ha trasformato la competizione in un grande rito inclusivo. Le candidature crescono, le short list si allargano, il titolo diventa sempre meno raro e, proprio per questo, meno capace di funzionare come leva di policy. «Quando si dà un titolo sbagliato — osserva Verri — non si avvalora solo l’identità di una città, si svaluta l’intero percorso». Agrigento, in questo senso, è un danno sistemico, perché riduce il valore atteso del titolo anche per chi verrà dopo.

Bergamo-Brescia viene spesso citata come dimostrazione della bontà del modello. I numeri dell’anno sicuramente lo permettono (più di 11 milioni di visitatori, un incremento dell’offerta culturale e artistica del 92% rispetto al 2019 e un riscontro di pubblico superiore di circa il 40% a confronto con il 2022), ma non spiegano ciò che (non) è accaduto dopo. Come chiarisce Stefano Baia Curioni, direttore di Ask, il centro di ricerca della Bocconi nonchè direttore del dossier, la sinergia lombarda è stata innanzitutto «una provocazione un po’ oltre il proprio tempo». Quindi il “dopo”, non è fallito, non è stato proprio progettato. Tra Bergamo e Brescia esiste «uno spazio abbastanza ampio» fatto di comuni intermedi e di contesti istituzionali autonomi che rendono qualsiasi ipotesi di governance unitaria un’operazione intrinsecamente complessa.

Una fondazione comune dovrebbe tenere conto di una pluralità di sindaci che avrebbero titolo a esserci, ma nessuno il potere di guidare davvero un’operazione di questa portata. A farlo dovrebbero essere i sindaci delle due città capoluogo. Ed è qui che emerge il nodo politico: entrambe le città sono attraversate da forze che chiedono ai rispettivi primi cittadini di occuparsi, prima di tutto, del proprio perimetro urbano. Investire capitale politico in un progetto territoriale lungo, incerto negli esiti e non immediatamente spendibile sul piano elettorale, osserva Baia Curioni, «non è detto che sia politicamente remunerativo».

Il paradosso è evidente. Se persino in un contesto caratterizzato da una «combinazione fortunata» di risorse e competenze — insieme, paragonabili per valore aggiunto a quelle della Ruhr tedesca — il titolo non lascia strutture durevoli, è difficile immaginare che possa farlo nei territori più fragili.

Il partecipante esterno all’esperienza Pesaro Capitale, Giovanni Belfiori, fondatore del Passaggi Festival di Fano, traduce questa dinamica in termini ancora più concreti. La Capitale — dice — serve quando riesce a «trasformare in atto ciò che esiste già in potenza». Nell’anno del titolo si vive «una dimensione quasi da miracolo». Ma quel miracolo non è autoportante. Senza una scelta politica di consolidamento, resta il volontarismo, che «dura fino a un certo punto». E soprattutto resta irrisolto un passaggio che Belfiori definisce decisivo: il coinvolgimento delle imprese, «a oggi ancora scarso. 

I dati del report a cura di Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, che valutano l’intera policy, tolgono ogni alibi. Per otto anni il titolo è stato assegnato senza una valutazione ex post indipendente e comparabile. Gli effetti duraturi risultano rari, deboli, discontinui. Il caso Cagliari 2015 è emblematico: +52% di visitatori museali in quattro anni, ma musei passati da 21 a 19; spazi aperti in occasione della Capitale chiusi dopo pochi anni; nesso causale impossibile da isolare. Alta intensità nell’anno, bassa persistenza nel tempo. Uno schema che si ripete, con variazioni locali, in più città.

La questione è che la Capitale italiana della cultura non redistribuisce capacità: le amplifica. Funziona dove esistono già reti, risorse, competenze; fatica dove servirebbe costruirle. Finché resterà un titolo che promette sviluppo senza dotarsi degli strumenti per produrlo continuerà a funzionare benissimo come rito e molto meno come politica pubblica.

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