L’Aquila 2026, misurare la cultura in una città che conta ancora le ferite
Basilica di San Giuseppe Artigiano a L'Aquila (foto Roberto Caddeo)
Il 17 gennaio si apre ufficialmente L’Aquila Capitale italiana della cultura 2026. Diciassette anni dopo il sisma del 2009, la città entra nell’anno del titolo mentre molte delle tracce di quella tragedia restano visibili: cantieri aperti, edifici pubblici ricostruiti a fasi alterne, scuole provvisorie che avrebbero dovuto durare pochi anni e sono ancora lì. È in questo contesto che L’Aquila prova a fare qualcosa di diverso: misurare gli effetti della cultura sulla vita delle persone.
L’idea è sicuramente virtuosa: se la cultura fa bene, allora dovrebbe essere possibile dimostrarlo. Non attraverso il numero di eventi o di biglietti venduti, ma osservando che cosa cambia nel tempo per chi vive in città. A costruire l’impianto scientifico è Pierluigi Sacco, consigliere della candidatura, che parla di un Osservatorio culturale urbano «una nuova struttura che a tutti gli effetti si andrà a occupare di tutto il lavoro della valutazione degli impatti delle politiche territoriali». Il monitoraggio, spiega Sacco, «non si limiterà agli indicatori economici e sociali tradizionali, ma lavoreremo anche sugli aspetti di benessere». Il punto più delicato arriva quando il progetto entra nel dettaglio: «andare a monitorare addirittura gli effetti biopsicologici». In pratica, lavorare su un campione di residenti — «ci interessano più i residenti che i turisti» — raccogliendo dati nel corso dell’anno. «Andremo a prendere anche proprio dei campioni salivari, per vedere come evolvono nel tempo una serie di indicatori, di biomarcatori che ci danno informazioni importanti sia sul benessere psicologico che sull’attivazione cognitiva». Non domande, ma parametri: «in questo caso non chiediamo alle persone come si sentono, ma lo vediamo direttamente dai loro parametri biologici». Con, assicura, «il monitoraggio del comitato etico».
Il problema non è tanto l’ambizione del metodo, quanto il luogo in cui viene applicato. Lo ricorda The Economist, che in un recente articolo descrive L’Aquila come una Capitale della cultura che appare ancora come una città di emergenza permanente. Circa 80 mila persone furono sfollate; quasi 4.000 studenti fanno lezione in prefabbricati; il municipio è rientrato nella sua sede storica solo nel 2023. Le pratiche di ricostruzione risultano in larga parte evase, ma la città reale continua a procedere a un ritmo diverso da quello amministrativo (per fortuna).
È anche per questo che, quando abbiamo chiesto agli studiosi che cosa aspettarsi da L’Aquila 2026, le risposte sono direi scaramantiche. Qualche augurio, molti “vediamo”, nessuna valutazione netta. L’unica voce a formulare un dubbio esplicito è Christopher Torch, esperto indipendente di politiche culturali, già direttore della candidatura Brindisi 2027, che distingue tra l’idea e la sua praticabilità. «Si tratta di un grande progetto», dice, «ma la realtà è che non c’è la condizione per fare quello che è stato promesso».
Alle critiche sollevate dalla rivista britannica, Sacco risponde chiarirendo il senso stesso del titolo. «L’idea delle Capitali della cultura», spiega, «nasce proprio dalla volontà di lavorare sui casi difficili, sui casi problematici», per capire se l’iniziativa possa essere «non semplicemente un cartellone di eventi, ma un’occasione per una progettualità sofisticata che guarda al futuro» e che possa, in alcuni casi, «invertire le sorti di un territorio». «Sono molto ottimista sul fatto che davvero la città possa segnare una pietra di paragone interessante», osserva, perché «questa opportunità legata alla Capitale non sarà sprecata dal territorio». Proprio le condizioni di partenza — fragili, irrisolte e tutt’altro che ideali — rendono l’esperimento più esigente del solito. Misurare gli effetti della cultura in una città come L’Aquila significa dunque sottoporre il modello a una prova più severa. Se funzionerà qui, sarà un risultato. Se non funzionerà, lo sarà comunque.

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