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19 Dicembre 2025, 19:30

Il commento

La linea del Governo Meloni trionfa nei negoziati europei

La linea del Governo Melonitrionfa nei negoziati europei

La notte di Bruxelles racconta una verità che in Europa si tende spesso a rimuovere: la politica non è l’arte dell’azzardo morale, ma quella della sostenibilità. Non è il terreno delle scorciatoie, né quello delle decisioni prese sull’onda dell’emergenza. È il luogo in cui le scelte devono reggere nel tempo, anche quando risultano scomode. Giorgia Meloni arriva al Consiglio europeo con due obiettivi chiari e politicamente rischiosi: evitare che il sostegno all’Ucraina passi attraverso l’uso diretto degli asset russi congelati e rinviare la firma dell’accordo con il Mercosur. Ne esce stanca, dopo ore di negoziato, ma con entrambe le partite portate a casa. E non è un dettaglio.

Sul dossier ucraino la scelta compiuta segna un passaggio tutt’altro che secondario. L’Unione europea garantisce a Kiev 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, lo fa all’unanimità e ricorrendo a un debito comune, ancorato al bilancio comunitario. È una soluzione che non nega la solidarietà, ma la incardina in una base giuridica solida e difendibile. L’alternativa – utilizzare direttamente i beni russi congelati – avrebbe trasformato una misura eccezionale in un precedente permanente, con effetti imprevedibili sul diritto internazionale e sulla credibilità finanziaria dell’Europa. In questo senso, più che una vittoria italiana, è una frenata europea sull’istinto di scorciatoia.

Meloni insiste su un concetto che in politica estera pesa più degli slogan: il buon senso. Non come categoria morale, ma come criterio di governo. Sostenere l’Ucraina sì, farlo senza incrinare i principi giuridici su cui si regge l’Unione. È una posizione che trova consensi silenziosi e che, come ammette il premier belga De Wever, cambia il clima del vertice quando anche l’Italia decide di esporsi.

Il secondo fronte è quello del Mercosur. Qui il rinvio è figlio di una realtà politica che Bruxelles fatica ad accettare: non esistono accordi commerciali neutrali se colpiscono in modo asimmetrico settori già sotto pressione. L’asse con Emmanuel Macron non blocca l’intesa, ma la sospende. Tre settimane in più, dopo ventisei anni di negoziati, non sono un affronto al mondo globalizzato. Sono un segnale agli agricoltori europei, italiani e francesi in primis, che le loro preoccupazioni non sono rumore di fondo.

Resta il contrasto tutto italiano. Mentre a Bruxelles si ricompone un equilibrio complesso tra debito comune, diritto internazionale e consenso politico, a Roma esplode il caos sulla manovra, con la maggioranza che traballa sulle pensioni. Meloni ne resta fuori, chiusa fino all’alba nel perimetro europeo. Un paradosso che dice molto: il governo appare più solido fuori dai confini che dentro.

Alla fine, la vera notizia non è chi abbia perso, ma cosa sia stato evitato: un’Europa più fragile sul piano giuridico, più divisa su quello politico, più esposta su quello finanziario. In tempi di guerra e di incertezza, anche questo è governare.

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