Il commento
Il manifesto di una destra matura
C’è un dettaglio, nell’intervento di Luca Zaia, che vale più di molte parole: la calma. Il manifesto pubblicato sul Foglio non nasce da una polemica contingente, non risponde a una provocazione, non insegue un titolo. È un testo scritto come se il tempo politico fosse tornato a scorrere lentamente, come se si potesse ancora ragionare di destra senza trasformare ogni frase in un’arma impropria. Ed è forse proprio questa postura, prima ancora dei contenuti, ad aver irritato chi vive la politica come una perenne mobilitazione identitaria.
La replica di Roberto Vannacci — «l’ho letto superficialmente» — è rivelatrice. Non è un giudizio, è una rinuncia e segnala piuttosto l’esistenza di due linguaggi che non comunicano più: da una parte una destra che prova a interrogarsi su come governare società complesse, pluraliste, invecchiate; dall’altra una destra che continua a pensarsi come comunità assediata, chiamata a difendersi più che a costruire.
Zaia, nel suo manifesto, non dice nulla di clamoroso. Autonomia, sicurezza, politica estera, giovani, libertà: sono tutti temi storicamente appartenenti al lessico del centrodestra. Ma li dispone in un ordine diverso. E soprattutto li sottrae alla logica dell’emergenza permanente. La sicurezza non è invocata come risposta emotiva alla paura, ma come presenza dello Stato. L’autonomia non è brandita come clava contro «Roma», ma come responsabilità istituzionale. I giovani non sono evocati come slogan, bensì come infrastruttura strategica. E i diritti civili non sono trasformati in terreno di scontro simbolico, ma ricondotti alla coscienza individuale e alla maturità dello Stato.
Qui sta il punto politico. Zaia non propone una destra più «buona». Propone una destra adulta. E l’età adulta, in politica, è sempre scomoda. Perché implica il superamento del riflesso identitario, l’accettazione del conflitto interno, la consapevolezza che governare significa spesso mediare, regolare, tenere insieme. Non a caso, il passaggio più discusso del manifesto è quello sui temi etici. Non perché Zaia dica qualcosa di radicale, ma perché afferma che non tutto può essere ridotto a un sì o a un no di partito. È un richiamo alla laicità istituzionale, prima ancora che al liberalismo culturale.
In questo senso, il manifesto non è un atto contro qualcuno, ma un atto «dentro» una storia. Zaia parla da uomo che quella storia l’ha attraversata tutta: ministro nella Lega berlusconiana, governatore nell’era dell’autonomia, amministratore durante la pandemia, dirigente di un partito che ha cambiato pelle più volte. La sua forza — e il suo problema — è proprio questa continuità. Non può essere liquidato come un corpo estraneo. È un prodotto della Lega, ma anche il testimone di ciò che la Lega è stata prima di diventare qualcos’altro.
Ed è forse qui che il manifesto trova la sua collocazione più significativa: non come piattaforma alternativa immediata, né come sfida di leadership, ma come promemoria politico. Un promemoria per il centrodestra che governa e che è chiamato a misurarsi meno con l’identità e più con la complessità del Paese reale. La freddezza con cui il testo è stato accolto da una parte del mondo leghista segnala la difficoltà di questo passaggio: quello dalla politica della contrapposizione a quella della responsabilità.

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