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06 Gennaio 2026, 19:29

Gli ex governatori

Emiliano alle crisi industriali, Zaia verso Venezia. Successori alla prova dei predecessori pesanti

I nuovi presidenti di Puglia e Veneto cercano l’equilibrio. In Campania transizione difficile

Emiliano alle crisi industriali, Zaia verso Venezia. Successori alla prova dei predecessori pesanti

Eredità ingombranti, equilibri da costruire. La nuova stagione politica che si apre in Puglia e in Veneto ha un tratto comune: i governatori appena insediati devono fare i conti con predecessori tutt’altro che defilati, anzi pronti a occupare uno spazio politico e mediatico rilevante. Antonio Decaro e Alberto Stefani si muovono in contesti diversi per storia e colore politico, ma accomunati dalla necessità di trovare una misura nei rapporti con Michele Emiliano e Luca Zaia, figure che hanno segnato profondamente le rispettive Regioni e che non sembrano intenzionate a un’uscita silenziosa di scena.

In Puglia il passaggio di consegne ha avuto una teatralità quasi simbolica. L’ufficio del governatore uscente nel palazzo di lungomare Nazario Sauro è stato sgomberato, le stanze sono pronte ad accogliere Antonio Decaro dopo una lunga attesa per la proclamazione ufficiale. Quarantaquattro giorni, un record nazionale, che hanno contribuito ad alimentare voci, retroscena e tensioni. Ma il nodo vero non è stato il calendario, bensì il futuro di Michele Emiliano. Dopo dieci anni alla guida della Regione, l’ex presidente non ha nascosto la volontà di continuare a incidere. E alla fine uno spazio lo ha trovato, o lo troverà a breve, in una forma tutt’altro che marginale.

La delega alle crisi industriali, con la creazione di un assessorato ad hoc separato dall’Ambiente, è molto più di una sistemazione onorevole. È un ruolo centrale, strategico, che porta con sé dossier decisivi non solo per la Puglia ma per l’intero Paese. L’ex Ilva di Taranto resta lo snodo principale, una vertenza nazionale che intreccia lavoro, salute, ambiente e geopolitica industriale, ma sul tavolo ci sono anche crisi storiche come quella del gruppo Natuzzi e altre situazioni di difficoltà produttiva. Affidare tutto questo a Emiliano significa riconoscerne peso politico, esperienza e capacità di muoversi in scenari complessi. Ed è un segnale chiaro: Decaro non intende consumare una rottura traumatica con il suo predecessore, ma nemmeno lasciargli uno spazio indistinto e potenzialmente concorrenziale.

Il rapporto tra i due, almeno in superficie, appare sereno. Decaro ha imposto una linea di autonomia nella composizione della giunta, condividendo le scelte con una cerchia ristretta e resistendo alle pressioni dei partiti, ma ha al tempo stesso costruito un equilibrio che tiene dentro Emiliano, senza riportarlo però al centro della scena politica regionale. Un equilibrio delicato, perché l’ex governatore, se escluso da incarichi istituzionali, sarebbe tornato a fare il magistrato dopo oltre vent’anni di aspettativa. Una prospettiva che avrebbe cambiato radicalmente il quadro. Così, invece, la Puglia inaugura una convivenza politica che, almeno per ora, si muove entro i confini di una dialettica fisiologica.

In Veneto la scena è diversa ma il copione presenta analogie evidenti. Il passaggio di testimone tra Luca Zaia e Alberto Stefani è stato raccontato con immagini potenti, come quella del panevin di Arcade, con il “governatore” e il “governatore emerito” fianco a fianco davanti a diecimila persone. Una rappresentazione quasi rituale, che ha certificato pubblicamente una successione senza strappi. Stefani, al debutto, ha cercato il contatto diretto con la folla, i selfie, le strette di mano; Zaia ha raccolto l’ennesimo bagno di applausi in una delle sue roccaforti storiche. Due stili diversi, due generazioni politiche che si osservano e si misurano.

Anche qui i rapporti personali sembrano distesi, improntati a una cortesia istituzionale che Stefani ha voluto marcare fin dai primi atti, rompendo alcune consuetudini del passato e includendo il Consiglio regionale in momenti simbolici. Ma sotto la superficie resta un dualismo evidente. Zaia non ha abbandonato la scena: continua a presidiare i social, a intervenire sui temi di attualità, a coltivare un profilo pubblico forte. Il suo futuro non è ancora definito, ma le ipotesi si rincorrono e una sembra prevalere sulle altre: la candidatura a sindaco di Venezia, un approdo che gli consentirebbe di restare protagonista, spostando il baricentro dalla Regione al capoluogo lagunare. In attesa di una scelta definitiva, la sua presenza resta un fattore con cui Stefani deve fare i conti.

Il nuovo governatore veneto ha intanto costruito una giunta che segna discontinuità su alcuni fronti, a partire dalla sanità affidata a un tecnico di altissimo profilo come Gino Gerosa, rinunciando a un assessorato politico in quota Lega. È una mossa che rafforza l’immagine di autonomia e competenza, ma che si colloca inevitabilmente nel confronto con l’era Zaia, durante la quale il presidente aveva accentuato fortemente la propria centralità decisionale. Anche in Veneto, dunque, l’equilibrio tra continuità e affermazione di una nuova leadership resta il tema di fondo.

Se in Puglia e Veneto la dialettica tra nuovi e vecchi governatori appare tutto sommato ordinata, quasi fisiologica, lo scenario cambia radicalmente spostandosi in Campania. Qui la dimensione personale del potere, già molto marcata nel decennio di Vincenzo De Luca, si intreccia con coinvolgimenti familiari, fedeltà consolidate e una gestione delle leve istituzionali che rende il passaggio di fase più complesso. Roberto Fico ha ereditato una macchina blindata, a partire dal bilancio, e una squadra nella quale spicca ancora la presenza di figure chiave del passato, come Fulvio Bonavitacola. Anche la distribuzione degli uffici, le stanze di Palazzo Santa Lucia, diventa terreno di simboli e segnali, confermando quanto la prossimità fisica al potere conti almeno quanto le deleghe formali.

Il confronto tra queste tre Regioni racconta, in filigrana, una fase politica nazionale in cui il ricambio ai vertici non coincide quasi mai con un azzeramento dei rapporti di forza. Gli ex restano, in forme diverse, e i nuovi devono imparare a governare anche questa presenza. Decaro e Stefani sembrano aver scelto la strada dell’equilibrio, della convivenza regolata, consapevoli che rompere potrebbe essere più costoso che includere. In Campania, invece, la transizione appare più accidentata, appesantita da una personalizzazione che rende ogni passaggio più carico di tensioni. È in queste differenze che si misura la qualità della politica regionale che verrà.

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