Il commento
Le ombre lunghe degli ex e l’arte difficile della successione
C’è una fase della politica, spesso sottovalutata, che non coincide né con le elezioni né con i primi atti di governo. È la fase della coabitazione, quella in cui il potere appena conquistato deve fare i conti con il potere appena lasciato. Puglia e Veneto, oggi, sono due laboratori interessanti di questa condizione tutta italiana: il passaggio di testimone senza vera uscita di scena.
Antonio Decaro e Alberto Stefani non hanno ereditato solo una Regione, un bilancio e una macchina amministrativa. Hanno ereditato soprattutto un ingombro politico. Michele Emiliano e Luca Zaia non sono ex qualunque: sono leader che hanno plasmato per anni il racconto pubblico delle rispettive comunità, costruendo un rapporto diretto con l’elettorato e un’identificazione quasi personale tra territorio e governo. In questi casi, il problema non è se l’ex resta, ma come resta.
La scelta pugliese di affidare a Emiliano la delega alle crisi industriali è, da questo punto di vista, rivelatrice. Non è una soluzione di compromesso, né un parcheggio dorato. È una delega che pesa, che espone, che obbliga a risultati. Taranto, l’ex Ilva, Natuzzi: sono dossier che non consentono ambiguità. Decaro, con questa mossa, ottiene due obiettivi. Da un lato neutralizza il rischio di un ex governatore libero di fare opposizione dall’interno o dal fuori; dall’altro inchioda Emiliano a una responsabilità operativa, togliendogli l’agibilità del puro protagonismo mediatico. È un equilibrio sofisticato, che richiederà nervi saldi e una chiara divisione dei ruoli. Perché l’errore, in questi casi, è sempre lo stesso: scambiare la collaborazione per subordinazione, o viceversa.
In Veneto il problema è più simbolico che amministrativo. Zaia non ha bisogno di incarichi per restare centrale: gli bastano la popolarità, i social, la capacità di interpretare l’umore del suo elettorato. Stefani lo sa e per questo ha scelto una linea di rispetto istituzionale, quasi di deferenza, che serve a evitare il confronto frontale. Ma la politica, si sa, detesta i vuoti. Finché Zaia non scioglierà il nodo del suo futuro — Roma, Venezia o altro — la sua ombra resterà lunga. E per un presidente giovane, chiamato a costruire una propria cifra, la difficoltà non è tanto governare bene quanto governare «diversamente», senza apparire una semplice prosecuzione.
In questo senso, la Campania è l’avvertimento. Lì dove la personalizzazione del potere è stata portata all’estremo, la transizione diventa una questione quasi fisica: uffici, stanze, prossimità al presidente. È la dimostrazione che quando le istituzioni vengono troppo a lungo identificate con una persona, il dopo è sempre più complicato del previsto. Roberto Fico si muove su un terreno minato, non solo dai vincoli di bilancio ma da una cultura del potere che resiste al cambiamento anche quando cambia il vertice.
La lezione che viene da queste tre Regioni è semplice e insieme scomoda: in Italia il ricambio non è mai netto, e forse non può esserlo. Il problema non è la presenza degli ex, ma l’assenza di regole non scritte che ne definiscano il perimetro. Decaro e Stefani stanno tentando di costruirle sul campo, con pragmatismo e realismo politico.
Alla fine, il vero banco di prova non sarà la serenità dei rapporti, ma la chiarezza delle responsabilità. Perché in politica, più che le ombre, contano sempre le luci. E quelle non si possono condividere.

Turchia sempre più forte
I tre pilastri dell’avanzata
di Alessandro Arduino
Mentre l’Europa resta assorbita dall’ansia per l’invasione russa dell’Ucraina e dall’ipotesi, fino a poco tempo fa impensabile, di una ...