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Filiberto Zovico

09 Gennaio 2026, 17:44

Il commento

Il fantasma del referendum Renzi

La scelta di Giorgia Meloni di dichiarare in anticipo che non si dimetterà se il No dovesse prevalere al referendum sulla giustizia è, a prima vista, una mossa razionale. Ma sarebbe ingenuo pensare che una netta sconfitta referendaria possa davvero non avere conseguenze politiche. In Italia i referendum non sono mai solo referendum, e chi governa lo sa bene. Possono non far cadere un esecutivo, ma spesso ne cambiano il passo, il peso, talvolta persino la voce. Dire che nulla accadrebbe rischia di essere più un auspicio che una previsione.

La dichiarazione della premier è quindi una scommessa. Meloni mostra lucidità nel voler evitare l’errore fatale di Matteo Renzi nel 2016, quando la personalizzazione del referendum costituzionale trasformò una consultazione di merito in un giudizio sul capo del governo. In quel caso la sconfitta politica divenne una crisi di sistema, con dimissioni, cambio di esecutivo e una lunga fase di incertezza. La presidente del Consiglio ha imparato quella lezione e sceglie consapevolmente la strada opposta: separare il destino dell’esecutivo dall’esito delle urne.

È una scelta istituzionalmente sensata. I governi rispondono al Parlamento e agli elettori a fine legislatura, non a ogni consultazione tematica. In questo senso, Meloni tenta di restituire al referendum la sua natura originaria e di sottrarlo alla logica plebiscitaria che negli ultimi decenni ne ha deformato l’uso. Ma qui emerge l’ambiguità della strategia. Se è vero che una sconfitta referendaria non obbliga alle dimissioni, è altrettanto vero che una bocciatura ampia e indebolisce chi governa, riduce il capitale politico e altera i rapporti di forza con Parlamento, opposizioni e corpi intermedi. La sconfitta non fa cadere, ma logora.

Il clima che circonda questo referendum rende il rischio ancora più evidente. Lo scontro con l’Associazione nazionale magistrati e la dura replica del Pd, con Debora Serracchiani che accusa Meloni di attaccare la magistratura per coprire i fallimenti del governo, mostrano una polarizzazione già molto avanzata. In caso di No, quel conflitto rischierebbe di diventare strutturale, irrigidendo ulteriormente i rapporti tra esecutivo e toghe e rendendo più difficile qualsiasi tentativo di riforma futura in materia di giustizia. Una bocciatura netta verrebbe letta, inevitabilmente, non solo come un giudizio sulla riforma, ma come un segnale di sfiducia sulla capacità del governo di interpretare un sentimento diffuso nel Paese.

C’è poi un effetto interno alla maggioranza da non sottovalutare. Finché il governo vince o regge l’urto, la coalizione resta compatta. Ma una sconfitta alle urne può riaprire discussioni sopite, ridare voce a distinguo, alimentare la tentazione di prendere le distanze. Non subito, forse, ma nel medio periodo sì. La storia repubblicana insegna che le crisi non esplodono quasi mai il giorno dopo una sconfitta, ma mesi dopo, quando il logoramento diventa evidente.

C’è infine un livello meno ideologico e più concreto, che riguarda il Paese reale. La stabilità che Meloni rivendica parla al mondo economico, alle imprese, agli investitori, ai partner internazionali. Ma la stabilità non coincide con l’inamovibilità. Un governo che subisce una sconfitta e fa finta di niente rischia di apparire sordo, non solido. E questa percezione può generare un’incertezza diversa, più sottile ma non meno insidiosa.

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